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HIC SUNT LEONES CUM LEAENAM (leonessa)

HIC SUNT LEONES CUM LEAENAM (leonessa)




I giorni migliori/ a volte sono il primo, a volte quello in mezzo/e certe volte persino l’ultimo
                                                                                                 
                                                                                              Charles Bukowski

 

Nella folla si distacca un volto, che osserva i corpi macerati dall’acqua con attenzione predatoria.
Tra l’umanità estatica, si impone un gesto, reiterato con una forza liquida che scorre vischiosa,  picchiettando visibile una linearità invidiabile.

Urla di gioia retrattile e di rabbia luminescente.
Non parlerò di quell’ultima partita, tumulata velocemente tra l’esaltazione ferina  e l’amarezza necrotica.
Perché la consapevolezza di un infinito di possibilità immanenti che avrebbero impostato il destino sportivo di questa squadra in direzione di un’eccellenza eroica meritata, tra tiri proiettile e flutti laminati, è un qualcosa scolpito negli animi con tenacia lignea e lapidaria.
Perché quel passaggio chiodato da un “paradiso” classe A1 ad un “ inferno” classe A2, ha ben poco della maestosità dantesca e scarnifica meticolosamente l’orgoglio, che lascia esposte le ferite al sale delle lacrime e brucia la carne senza requie, fino a che il dolore lascia il posto al nulla.

Perché un secondo dopo quell’ultima di campionato, si stavano già ricomponendo le scaglie ossee i grumi muscolari le epidermidi striate, destrutturando le strategie slabbrate per cucire chirurgicamente sogni chimera.
Parlerò di quel volto.
Di quel gesto.
Di quel sostegno che, arroccato nella convinzione che in quei minuti ci si stia giocando una frazione timbrica di vita, non cede alla sconfitta e si compiace della vittoria, rendendo consanguinei dei perfetti sconosciuti.
Quel volto quel gesto quel sostegno appartengono ad una donna.
Non so se vi sia alcuna connessione familiare tra coloro che si dibattono nella lotta quali tritoni ciclopici e quella donna, che sottolinea con veemenza da amazzone i momenti concitati delle azioni, che si consumano nell’umido vischioso dell’arena.
Il corpo, ora immobile nel sezionare con sguardo stiletto l’accavallarsi delle bracciate ondivaghe, si tende impietrito ma sonoro ogni qualvolta quei maremoti istantanei si concludono in una costruzione fruttuosa o in una distruzione avvilente.
Quella donna, dai lineamenti delicati e l’aspetto filiforme, si tramuta in una Dea foriera di devastazione accusatoria, di benevolenza matriarcale verso quei mastodontici danzatori marini, dei quali si sente sorgente il tempo di una partita e ai quali, ora con indulgenza affettuosa ora con furore punitivo, non lesina rimproveri accorati e benedizioni vigorose.
Non so chi sia quella donna, ma se fossi uno dei giocatori della Promogest le tributerei gli onori che sono dovuti ad una Madre con la “M” maiuscola: è nel suo entusiasmo ruvido ed affettuoso che risiede il segreto della risalita.
Perché se l’allenatore sarà il Virgilio che vi porterà fuori dall’Inferno, lei sarà la Beatrice che vi spalancherà le porte del Paradiso.

 


Pubblicato il 26/4/2014 alle 14.20 nella rubrica Diario.

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