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FABIO MARCEDDU ED ANTONELLO MURGIA - Per una cultura Genetica





4 gennaio 2013 ore 18.30 domenica

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate?

Generare un’unicità in un magma di già detto già visto già sentito non è solo una questione di talento ma è una miscellanea equilibrata di incoscienza e coraggio. Perché l’incoscienza produce una spinta istintiva verso un altro ignoto che solo il coraggio, quello radicato nell’intimo che turbolento incita all’impossibile, può affrontare senza perdere/perdersi. Lo S-Concerto di Fabio Marceddu ed Antonello Murgia è, nella sua coraggiosa ed incosciente interezza, la “terza” tappa di un trittico ideale (Bestie Feroci ed Il formicaio) che conforta e conferma (se ancora ce ne fosse bisogno, ricordando che a volte la conferma di qualcosa quasi sembrerebbe sancirne un definitivo ed ultimo approdo che, nel caso dei “nostri”, è invece tassello evolutivo indispensabile ma non certamente risolutivo di un percorso che ambisce a vette olimpiche); che c’è ancora un locus amoenus dove rigogliosa e protetta cresce inarrestabile una singolarità che è voce riconoscibile ed originale, che attinge ad un passato glorioso rielaborandolo secondo una contemporaneità futuribile; una eccezionalità che nel senso del presente ha sempre un pasoliniano tratto di preveggenza. La struttura drammaturgica delle opere teatrali di Fabio ed Antonello ( mi sia permesso di appellarli con i nomi di battesimo, vista l’amicizia di lunga data con l’uno- 25 anni di velluto e catrame di ascesi e follia di lacerazioni ed ambrosia uniti ed opposti vicini e lontani- e l’affinità elettiva con l’altro-con il quale, data una singolare consonanza animica, il silenzio è assordante frastuono) punteggiata da una musicalità che è essa stessa scrittura consapevole, si incastona con una perfezione rara in questo muro d’ovvietà e ripetitività che è il panorama culturale (perché di cultura si tratta) dell’oggi. C’è un incanto letterario (proprio di una autorialità ormai defunta insieme ai grandi e così spesso nostalgicamente vagheggiata dai puristi, ormai tacciati di vetustà ante aetatem) che coinvolge e travolge, ammantando la riflessione profonda di ironia screziata di sarcasmo, il quale non è dettato da animosità nei confronti di un divenire pericolante ma da una sensibilità venata di malinconia propositiva. La leggerezza coscienziosa dei due cant-aut-tori è indubbiamente una spinta prepotentemente delicata ad un rinnovamento, non solo del modo di “agire” il teatro ma di fruirlo, rifiutando l’artificialità transGenica che dissolve acriticamente per riappropriarsi di una Genesi che si perpetua, ricreando i due continuamente se stessi, senza tradirsi per non tradire. Non vi è dubbio che Fabio Marceddu ed Antonello Murgia (o Teatro dallarmadio che dir si voglia) costituiscano un raro esempio di come il teatro possa, nonostante tutto e tutti, esercitare un potere ammaliante, che non prescinda in modo alcuno da essere spazio di evoluzione di un umano che ha ancora dentro di sé la convinzione che un mondo altro si possa ancora costruire, ricomponendo con cura le macerie lusingandole con il sorriso di chi sa che “fatti non foste a viver come bruti/ma per seguire virtute e conoscenza”.




Pubblicato il 5/1/2014 alle 18.5 nella rubrica Diario.

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