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il blog di francesca falchi


Diario


14 settembre 2014

IN ATTESA/DIS-ATTESA/ INATTESA



Mi raccomando fate piano. Non voglio negare questa esperienza al mio braccio.                                                                                                                                  Elisabetta


Può sembrare paradossale ma è stato necessario lasciar correre del tempo per poter affrontare quello che è accaduto.

È stata necessaria un’attesa.

Perché dover formalizzare sia pure graficamente l’intensità di accadimenti singoli che si incastrano in un unico grande avvenimento non è cosa da poco.

Perché la singolarità e dunque l’unicità di ciascuno merita di essere trattata con delicatezza amore e devozione.

Perché quelle unicità fondendosi sia pure per un breve lasso di tempo (il cui scorrere può apparire minuscolo di fronte ad un eterno così poco attento nei confronti di un umano che sopravvive alle ingiurie del tempo che ora cristallizzato ora furtivo quell’umano lo compone e lo lacera a suo piacimento) hanno consumato un’attesa che le aveva inevitabilmente intrappolate in un vissuto reiterato senza scampo alcuno.

Adesso con lo sguardo perso in una memoria che ne ha attenuato gli spigoli dolorosi per rivelare uno scheletro emozionale che riluce ed abbaglia ho deciso che l’attesa era finalmente finita.

Ringrazio così quelle entità umanamente singolari che hanno con la loro fragilità adamantina tracciato i contorni di un sentire condiviso pur nella molteplicità di accaduti differenti che sebbene spaventati dall’immensità di fronte alla propria finitezza e fallacità hanno accettato di mostrare una nudità fetale che è quella della propria anima che si confronta con l’inaspettato l’incomprensibile l’ineluttabile.

Ringrazio chi ha con attenzione guidato il nostro cammino in un buio immobile e denso ricucendo le stramature accidentali impreziosendo le speranze disadorne e rinnovando con perizia i tessuti emotivi usurati.

Ma affinché niente vada perduto comprese le parole che coraggiosamente ciascuno ha detto/immaginato come in una espiazione che non ha niente di punitivo ma è preludio di un radioso rinascere dalle polveri immunizzate da un dolore ormai trascorso vi regalo le mie di parole.

La mia di attesa.

Un ultimo passaggio per potere finalmente essere quella me che ho murato viva perché non fosse uccisa da quell’attesa che si è rivelata un martirio e che da oggi depone le croci ed i chiodi per restituire la sua carne ad un nuovo fluire.

24 agosto 2014 domenica ore 15.55

Ho imparato ad essere paziente

L’attesa l’ho sempre riempita con l’azione

Perché ho rispetto del tempo che NON scorre per lasciarlo languire in un’assenza

(intesa come “in-azione”)

che lo farebbe apparire “inutile”

L’azione non è sempre qualcosa di meccanico

(nel senso che implica un movimento “da”>”a”)

ma a volte è solo un movimento mentale

un pensiero

un riflettere

un’immaginare

Ciò che è costante è però l’atto di ri-ordinare o ordinare

seguendo uno schema

nutrito da una logica o sequenza del tutto personale

In genere le mie attese trovano compimento

Non sono “quasi mai” state dis-attese

Tranne una

Questo perché credo nella creazione che diventa azione

nell’immaginare che si trasforma in reale

Ma questa volta

quest’unica volta

il reale non ha trovato realizzazione

E quell’attesa

nutrita di un’immaginare metodico

di un agire ordinato

che creasse un flusso materializzatore di sogni umani e replicanti un noi

si è sfilacciata

Ustionante ed urticante

come tentacoli di medusa

Adesso “in attesa” ho cambiato la prospettiva

L’ordine da lineare è divenuto obliquo

Lo sguardo da dritto a storto

Perché in amore è necessaria l’improvvisazione

Affinché l’attesa sia inattesa





permalink | inviato da auroratomica il 14/9/2014 alle 20:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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