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il blog di francesca falchi


donne comuni fuori dal comune


29 giugno 2009

Grazia Dentoni la sacerdotessa del conflitto


Donne comuni fuori dal comune

DALLA SABBIA DEL DESERTO ALLA PIETRA DEI NURAGHE

Grazia Dentoni la sacerdotessa del conflitto


L’attrice e performer Grazia Dentoni ritorna alle origini, manipolando la sottilissima sabbia del deserto del Negev e restituendole la consistenza dura, compatta della pietra dei nuraghe, conservando intatta la memoria ancestrale dell’uno per rinnovare quella altrettanto antica e misteriosa dell’altra. E lo fa con un progetto che prende il nome di Nuraxia 2009-Pratiche di Teatro, una residenza per artisti in terra sarda, che si snoda attraverso la storia magica ed in parte sconosciuta che ruota attorno al Nuraghe Arrubiu ad Orroli, utilizzando come punto di partenza, in direzione di un arrivo ancora tutto da creare, i Racconti della nuragheologia di Raimondo Demuro. Dieci giorni (dal 28 giugno al 7 luglio) durante i quali sette artisti selezionati da varie parti del mondo e della Sardegna (Antonella Usai –Torino/India; Nicola Piredda –Sassari;Alexandre Correa-Brasile; Efisio Fois-San Gregorio; Augustine Namatsi Okubo -Kernia; Battistina Casula-Sennori; Sabrina Congiu-Siurgus Donigala) verranno immersi nella magia del luogo apprendendo i segreti e le pratiche teatrali di quella “santa drammaturgia” dell’arte e dei luoghi della quale Grazia è creatrice e profetessa.

Come nasce il progetto Nuraxia

Nasce cinque anni fa con la lettura de I racconti della Nuragheologhia di Raimondo Demuro. In questo progetto la pratica del racconto si intreccia con quella del canto Andimironnai, che è un’invocazione a Venere. Questa invocazione è stata punto di partenza per la stesura di un atto unico teatrale, ambientato nel Nuraghe Arrubiu e che si svolge tra il 3005 avanti cristo e il 2008 dopo cristo. L’argomento principe di questo testo è la ricerca dell’identità.

Perché il Nuraghe Arrubiu

Una storia di famiglia. Mio bisnonno ha scoperto il nuraghe e ha lasciato una mappa dettagliata della sua struttura che poi, una volta che il nuraghe è stato dissepolto e dunque riportato alla luce, si è rivelata esatta.

Un nuraghe sette artisti undici insegnanti (Grazia Dentoni, il maestro Felice Cassinelli, Giancarlo Murranca, Momi Zanda, Zia Zaira Prasciolu, Enrico Euli, Mario Mereu, Angelo Sirigu, Paoletta Dessì, Basilio Scalas e Loich Hamelin) cinque conferenze dieci giorni: numeri che non sembrano scelti a caso per qualcosa che più che a un progetto “artistico” assomiglia ad un rituale magico.

La creazione di un rito è infatti lo scopo di Nuraxia. Insieme con Manuela Uccheddu, che con me ha ideato questo progetto, abbiamo deciso di coinvolgere tutte queste persone non solo per condividere un’esperienza di “riconoscimento” ma anche perché si possa comporre un rito, durante i dieci giorni di pratiche teatrali (riservate agli artisti ospiti), che ponga al centro l’artista come “tramite”, in grado di lavorare sull’idea del conflitto, inteso in senso assoluto, e sulla sua possibile risoluzione. Riportando il nuraghe a quella che io reputo la sua funzione ancestrale, e cioè quella di “incubatore”, i sette artisti verranno condotti “dentro” la struttura nuragica e gli verranno fornite una serie di informazioni scientifiche, storiche e metafisiche, etc. Queste “parti” di conoscenza, una volta ricomposte, ricreeranno una circolarità della sapienza che permetterà all’artista di recuperare la sua funzione di tramite. Nuraxia è in sé una “sfida” culturale: persone differenti tra loro che si confrontano offrendo ciascuna il proprio sapere particolare per originare una unità nella frammentarietà.

Cosa ti aspetti da Nuraxia

Di essere all’altezza del percorso, che si crei uno scambio tra gli ospiti, che tutto quello che prenderà vita in questi giorni possa avere la giusta risonanza. Nuraxia è frutto di una politica culturale che ha riconosciuto il valore di un progetto legato al territorio. C’è stato un momento in cui il progetto sembrava non dovesse realizzarsi a causa di qualcosa di molto prosaico e poco “magico”: la mancanza dei fondi necessari alla sua attuazione. Ma la dottoressa Michela Melis è riuscita all’ultimo momento a trovare i soldi ed oggi posso dire che Nuraxia, grazie alla sinergia che si è creata tra le persone che in questo progetto hanno creduto fortemente, è stato “misticamente” finanziato.

Dal deserto del Negev al nuraghe Arrubiu. Cosa lega questi due luoghi

Innanzitutto la ricerca costante, che fa parte della mia poetica artistica, della “santa drammaturgia” cui si unisce il lavoro che porto avanti da tempo che mira alla risoluzione del conflitto collettivo. Nuraxia sviluppa quella parte della “santa drammaturgia” che interessa il lavoro sulla memoria. Guardi ciò che è stato prima di te, i conflitti che si ripetono nelle generazioni e le modalità di risoluzione. A questo si aggiunge l’idea della residenza, che degli artisti passino del tempo lavorando insieme senza avere avuto, sino al momento dell’incontro, rapporti personali tra di loro.

Cosa porti dal deserto e cosa hai lasciato nel deserto.

Porto un’apertura spaziale e metafisica, legata all’apprendimento di elementi appartenenti alla Kabbalah. Il comporre con il corpo le lettere dell’alfabeto ebraico fa parte del traning fisico di Nuraxia. Nel deserto ho lasciato la prima scuola di circo palestinese, il sogno (realizzato) dell’attraversamento del muro. In una zona dove il conflitto è preponderante, io, che risiedevo in Israele, ho creato qualcosa in Palestina, assolvendo a quella famosa funzione di “tramite” che deve essere propria dell’artista. Il concetto “tramite” in Nuraghia assume anche un senso temporale: l’artista come tramite tra i nuraghe nella loro epoca e oggi, cercando di affermarne la funzione originaria di “incubatori” e, volendo, di “tramite”: nuraghe deriva da nur –ag che significa “torri della luce”.

Luce divina, luce della scienza, luce della conoscenza. Per scoprirlo appuntamento il 7 luglio al calar della sera al nuraghe Arrubiu ad Orroli, per la performance finale di questo rituale di sapienza e magia in terra di Sardegna.

infoananche@gmail.com

http://ananche.cagliariannunci.it/




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13 giugno 2007

GIUSY CALIA L'OFELIA DEL MONDO NUOVO




Io so dove  Giusy Calia guarda. E so anche quello che Giusy Calia vede. Vedo ciò che si riflette nei suoi occhi attraverso il mondo che restituisce nelle sue opere fotografiche. Io l’ho incontrata per caso due volte, ma lei non mi ha incontrata mai. E’ nata a Nuoro nel luglio del 1971 ma chissà quante volte ancora rinascerà questa artista, delicata e potente, nella quale la femminilità ha sapore d’antico e il mondo ha i tratti del sogno doloroso e sospeso del Calderón pasoliniano. Vela Giusy Calia corpi e luoghi di un alone mitico, eludendo l’inutile caos della contemporaneità per una terra ignota e perduta fatta di silenzi e sussurri, di segreti e di grida, di rinascita e rigenerazione anche nella fissità della morte e nella dimenticanza dell’isolamento. Rivela Giusy Calia quel limite sottile che separa e fonde il genio e la follia, che scava solchi nell’anima e nei corpi, corrompendoli nella carne ma preservando intatta la purezza atavica dello spirito. Svela Giusy Calia il mistero dell’umanità che seppur dolente e perduta non smette di lottare né di sognare.

-Quando eri bambina volevi essere…

Da piccola volevo essere un’esploratrice. Ero completamente affascinata dall’Africa e dalla civiltà Maya. In realtà avrei voluto diventare tantissime cose. Il mio passatempo preferito era quello di viaggiare con la fantasia. Sognavo tantissimo!

-Definisci una fotografa in positivo e in negativo(!)

In negativo potrei definire una fotografa che si nutre delle “disgrazie” altrui per fare le sue foto.

In positivo, una fotografa che mette in luce il disagio degli altri senza approfittarsene, con un occhio di riguardo. So che il limite è sottilissimo!

- Cosa rende grande la fotografia e cosa la rende piccola

Rende grande la fotografia la possibilità di cogliere un istante unico irripetibile. L’opportunità tramite questo linguaggio di raccontare tantissime storie, di poter arrivare al cuore di tutti, in modo immediato, senza fraintendimenti di ogni sorta.

La rende piccola l’utilizzo che se ne fa, soprattutto in alcuni circuiti, in alcuni ambienti, soprattutto in Italia.

-Il percorso pittorico/fotografico ideale: tre personaggi che vorresti fotografare/tre pittori ai quali ti sei ispirata

Uno di questi personaggi sono riuscita a fotografarlo (è stata una gioia grandissima): parlo di Alda Merini la mia poetessa preferita, una donna con la quale ho collaborato per poter scrivere la mia tesi. Sai, per quanto riguarda gli altri due personaggi, purtroppo penso che siano foto impossibili, poiché non ci sono più. Mi riferisco alla grande scrittrice Virginia Woolf e alla bravissima fotografa Julia. M. Cameron. Per quanto riguarda tre pittori ai quali mi sono ispirata, guardando il lavoro sulle Ofelie è di facile intuizione riconoscere la mia grandissima passione per la confraternita dei prerafaelliti e tra questi: John Everett Millais e J.W.Waterhouse, entrambi hanno raffigurato in modo sublime il dramma dell’eroina shakesperiana! Adoro i simbolisti. Mi piacciono i metafisici,De Chirico fra i primi, Manritte, Dalì. Credo che a livello visivo molti di questi autori hanno influenzato in modo forte i miei paesaggi onirici e le suggestioni fotografiche.. In realtà non saprei esattamente chi scegliere.

-Cosa vorresti che dicessero di te e cosa invece vorresti non dicessero mai

Che le mie foto possono emozionare e che non suscitano nessuna emozione.

-La fotografia che vorresti fare e quella che non faresti mai

Sai credo che sia una scelta assolutamente naturale. Ho per fortuna la possibilità di fotografare solo ciò che mi piace. Quando non riesco a fotografare (parlo a livello di semplice ispirazione) ometto di scattare. Credo che questa però sia la posizione privilegiata di chi si serve di questo strumento non per lavoro ma per passione personale (ho un modo di scattare del tutto emozionale). Generalmente non scatto mai quando non sento quel forte impulso che mi dice “è questa la tua immagine!”.

-Testimoniare o rivelare/svelare: quale la funzione della fotografia

Entrambe. Mi piacciono molto queste due parole. Se poi le vogliamo utilizzare con accezione filosofica sono bellissime e le trovo entrambe molto adatte per descrivere la funzione dell’immagine fotografica.

-La carta stampata o i musei: quale il luogo ideale di una fotografia

Per la fruizione la carta stampata: mi piace che la foto parli possibilmente ad un pubblico sempre più vasto e meno selezionato dei musei. Non amo gli intellettualismi e i sofismi di genere. Mi piacciono le persone del “quotidiano” che ti dicono questo mi piace e questo no. Chiaramente penso ai vari luoghi della fotografia, oltre ai musei e alla carta stampata. Spazi espositivi carenti che non ti permettono ampia espressione. Ci vorrebbero più luoghi, soprattutto in Sardegna.

-Se non avessi fatto la fotografa saresti stata..

Io non sono una fotografa, o per lo meno, non sono solo quello. Ho proseguito i miei studi e ora sto finendo un dottorato in letterature comparate ad Arezzo ( Siena) e mi sto occupando di Follia tra immagine e parola. Vivo in un luogo di confine, a metà strada tra le visitazioni delle immagini e i limiti delle parole e viceversa.

-La fotografa perfetta è quella che..

Esiste? Non lo so….

-La foto perfetta è quella che..

È quella che non farò mai…….

- La Sardegna, L’Italia o….

Amo la Sardegna. Adoro Nuoro la mia città, anche se da anni sono di adozione sassarese, ma credo che come possibilità lavorative- espressive purtroppo la Sardegna- e ormai anche l’Italia- hanno poche offerte. Mi piacerebbe lavorare all’estero per poi vivere nella mia Isola.

-Una citazione, una frase, un verso che ti accompagna nella vita

“Ho conosciuto Gerico,ho avuto anch'io la mia Palestina,e le acque limpide del Giordano. Le mura del manicomio erano le mura di Gerico e una pozza di acqua infettata ci ha battezzati tutti.” Un frammento della bellissima poesia di Alda Merini che mi ha accompagnato continuamente quando ho fatto i miei reportage all’interno degli ex manicomi. Mi ha aiutato tanto a capire che di quei luoghi spogli e senza vita- luoghi di delirio e di morte- qualcuno ne ha cantato tutto il dramma, vivendolo in prima persona. Oltre alla macchina fotografica, portavo con me questo non facile fardello di dolore, che una voce così illustre è riuscita a cantare (e che ha dato voce a chi voce non ha mai avuto).

-Una persona che per te è un punto di riferimento importante nel lavoro/nella vita

Una? Direi tante, e, per non far torto a nessuno chiamo questa “gruppo uniforme”che vive nel mio cuore: “Affetti”, senza i quali non so cosa sarei diventata.

-Un ricordo del passato

Mia nonna paterna e il suo lungo scialle nero. Avvolta all’interno del suo abbraccio di lana, assistevo alla novena di Natale. Bellissimi profumi di pane e di incenso …….

-Una certezza del presente

Panta Rei, dalla frase di Eraclito: “Tutto scorre”.

-Un desiderio per il futuro

Non perdermi mai di vista- e non perdere di vista chi amo

-Lascia un messaggio per chi c’è stato, per chi c’è, per chi ci sarà.

Una semplice frase? La vita è meravigliosa………






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11 maggio 2007

DONNE COMUNI FUORI DAL COMUNE



MAURA GRUSSU LA CARMEN DEL TEATRO SARDO

 

 

Maura Grussu incarna la bellezza archetipica della donna sarda. Quella bellezza intensa, lo sguardo che non fa sconti, le labbra morbide ma tese, capaci, a seconda dell’istinto o del momento, di sfiorare o divorare. La voce di questa attrice e danzatrice (di flamenco, altro non poteva essere), suadente e appena velata, ha il potere di incantare: è difficile sottrarsi ad essa e chi ne rimane vittima sa che ad un certo punto niente, che non siano le parole pronunciate da quella voce, ha più importanza. Così come i gesti o il sorriso, che, quando viene offerto, ha il potere rigenerante di una lama di luce. Parlare con questa giovane artista, che ha al suo attivo numerosi spettacoli (è l’anima “femminile” dei Fueddu e gestu) che spesso la vedono protagonista, è un’esperienza unica: perché entrare nel suo mondo è un privilegio ed ascoltarla parlare di sé è qualcosa che ti resta nel cuore per sempre.


Quand’eri bambina volevi essere…

Non l’ho mai saputo. Ricordo che disegnavo e incidevo figure ovunque, mobili, muri, pezzetti di gesso. Ricordo che odiavo l’idea di fare la maestra. Forse non m’interessava diventare “grande”.


Definisci un’attrice in positivo e in negativo

In positivo è una che ha un tumulto, un energia interiore che il teatro può ordinare. Un caos.

Una che sente una necessità forte di avviare un lavoro di conoscenza su se stessa.

In negativo se l’attrice costruisce se stessa assecondando esigenze che non riflettono le sue, quelle più vere.


Cosa rende grande il teatro e cosa lo rende piccolo

Grande quando è capace di contenere elementi profondi dell’umano che le altre discipline non riescono a esprimere, quando le contiene tutte ma se ne distingue

È piccolo quando è asservito alle necessità di consumo o politiche, quindi non libero.


Il percorso teatrale ideale: tre personaggi che avresti voluto/vorresti interpretare

Quello ideale non lo conosco. Mi piace confrontarmi con personaggi forti, capaci di grande sacrificio, sofferenza, di follia e dolcezza, di correre, danzare cantare: Antigone, Salomè, Carmen. La leggerezza credo sia un risultato di tutta un esperienza.


Cosa vorresti che dicessero di te e cosa invece vorresti non dicessero mai
Che ciò che ho fatto nell’interpretazione ha emozionato, coinvolto, comunicato ai sensi e al cuore dello spettatore. Vorrei che non si dicesse che sono io, Maura, ad agire e non il personaggio.


Lo spettacolo che rifaresti e quello che non rifaresti mai
I vecchi spettacoli sono parti che restano in me per alimentare quelli nuovi, quando è capitato di rifarne qualcuno a distanza di tempo mi sono resa conto che è cresciuto dentro di me e allora la sensazione è la stessa che provo per uno nuovo. Rifarei un personaggio per verificare una crescita. Non rifarei lo stesso spettacolo se significasse tornare indietro.


Se non avessi fatto l’attrice saresti stata..

Una balorda tossicodipendente, scherzo! No, per gli studi che volevo intraprendere, senza parlare d’arte, potevo essere un architetto o un buon designer, per il lavoro sarebbe stato conveniente oggi, ma infelice. La maestra no, l’ho gia detto, mi piace apprendere non insegnare…

Una via di mezzo tra una zingara, una barbona: un clown, si, forse sono ancora in tempo!

I
l regista perfetto è quello che..

Gioca e si mette in gioco continuamente, che si predispone all’ascolto. Che sa creare quel mondo di equilibri all’interno del quale l’attore vive e manifesta la propria verità attraverso il personaggio in assoluta libertà (la verità che passa attraverso la maschera e non nel quotidiano) che ti costruisce una maschera che ti permette di liberare le tue potenzialità. Che ti chiede “-di più!”, e ti fa crescere;

Il superamento dei propri limiti ti fa sentire appagato, altrimenti il lavoro è inutile.


Il testo perfetto è quello che..

Quello che possiede un linguaggio simbolico e fa scattare dentro di te dei meccanismi e delle realtà che non avevi ancora avuto l’opportunità di rivelare a te stessa.


L’attrice perfetta è quella che..

Non sa di esserlo e lo è quando è capace di creare un vuoto dentro di se per accogliere il personaggio e diventare altro. … il vuoto.. ma senza caderci dentro…


La Sardegna
, L’Italia o….

Il sogno che riesci a costruirti nella realtà.


La lingua o la “limba”?

Quella che mi corrisponde, prima il cuore: sa limba, poi la cultura, le altre. E se ottengo nutrimento dalle altre culture lo porto alla terra del cuore e lo faccio crescere con me.


Una citazione una frase un verso che ti accompagna nella vita

la poesia mi da immagini che sintetizzano versi. Resistono nel tempo l’albero e il vento, dall’antologia di Spoon River la prima e da uno zingaro la seconda:

 

“io che mi prendevo cura della serra/ innamorato di alberi e fiori vedevo spesso da vivo quest’olmo ombroso,/ misurando i suoi ricchi rami col mio sguardo/ e mi fermavo ad ascoltare le sue foglie vibranti di gioia,/ che teneramente si strusciavano/sussurrando dolci al soffio del vento./ e bene potevano permetterselo:/ perché le radici erano cresciute così tanto/ in estensione e in profondità/ che il suolo della collina,/aumentato dalla pioggia e riscaldato dal sole/ non potevano trattenere neanche un poco delle sue virtù, ma le cedeva tutte alle rigogliose radici/ che le assorbivano e le spingevano per il tronco/ e da lì fino ai rami, e alle foglie,/da cui la brezza prendeva vita cantando….” (Samuel Gardner, Antologia di Spoon River: Edgar Lee Master)

 

“voglio attraversare la terra/ nascosto e sconosciuto/ come un viandante nella notte/ e attraversare a nuoto il fiume della vita/ contro corrente / con il vento in faccia.” (Libertà: Yulak, zingaro)

 
Una persona che per te è un punto di riferimento importante nel lavoro/nella vita

Il mio progetto di vita si è mescolato al progetto di teatro del gruppo di cui faccio parte, lo sento mio, perciò i miei compagni tutti, ma sopra a tutti il regista Giampietro Orrù. Gli devo anche tanti altri punti di riferimento che ne sono conseguiti, ma il lavoro quotidiano al suo fianco è una continua fonte per nuove ricerche, il lavoro quotidiano non và sottovalutato.


Un ricordo del passato

Quattro anni. Io che scrivo e disegno le lenzuola con una penna biro blu, e quando volto il cuscino dall’altro lato per cercare altro spazio, mi rendo conto che è gia pasticciato e mi chiedo: ma sono stata io?


Una certezza del presente

L’amore per quello che faccio.


Un desiderio per il futuro

Non essere costretta per fare teatro a diventare una “burocrate”.

Avere una casa-laboratorio in cui muovermi con maggiore libertà.

È ambizioso ma essere utile agli altri attraverso il mio lavoro

 

 

 

 

 

 

 






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22 marzo 2007

DONNE COMUNI FUORI DAL COMUNE

MARIA LOI LA GIOVANNA D’ARCO DEL TEATRO SARDO


Maria Loi si muove come una bambina. Si dondola mollemente sulle gambe, lo sguardo distratto da visioni “oltremondo”, come un’Alice che vede il paese delle meraviglie nelle pieghe di una prosaica quotidianità. Quando questa donna-bambina parla, gli occhi diventano sfuggenti, rivelando una timidezza prepotente che la spinge quasi a vergognarsi di un talento innato e raro, che ne fa la migliore attrice sarda della sua generazione. In questi giorni è in scena a Cagliari con La chiave dell’ascensore di Agota Kristoff, per regia di Senio G. B. Dattena, che la vede protagonista, in compagnia di Ivano Cugia.

 

-Definisci un’attrice in positivo e in negativo

“Un’attrice è una che c’è sempre. Un’attrice vede, ha visioni e le rende manifeste agli altri.

Un’attrice è quello che è, anche la sua essenza fa parte dell’essere attrice, ma non vuol dire che reciti sempre. Anche se un’attrice, quando pulisce e va a fare la spesa, è bravissima. Un’attrice è generosa con sé e con gli altri. Un’attrice è illuminata e usa la luce per sé e per far vedere agli altri ciò che sente. Non è un’attrice ciò che nega tutto questo. Poi c’è un sacco di gente che “recita” e che è bravissima a raccontarsi delle storie..”

-Il percorso teatrale ideale: tre personaggi che avresti voluto/vorresti interpretare

“Amleto perché racchiude il maschile ed il femminile e “tutto il resto è silenzio”.

Baby Jane (il personaggio interpretato da Bette Davis nel film Che fine ha fatto Baby Jane?), perché, a parte l’intensità del personaggio, contorto, folle, dolce, e dolcezza e follia sono una bella prova, la sua cattiveria mi commuove. Ce ne sono altri ma individuarli è difficile..forse ce ne sono troppi ..( ride)”

-Cosa vorresti che dicessero di te e cosa invece vorresti non dicessero mai

“Vorrei che dicessero prima di tutto cose belle, tutto il bene possibile.. che le persone mi dicano che quello che hanno visto gli è piaciuto, che hanno sentito qualcosa, che gli venisse la voglia di vedere altri spettacoli, che siano spinte a voler conoscere non solo l’attrice ma anche la persona che c’è dietro. E poi che sono brava, bella, intensa, carismatica!!!( ride). Vorrei che non dicessero cazzate!! (ride forte)..Vorrei che avessero sempre il coraggio di dire quello che pensano..altrimenti è meglio che stiano zitti…”

-Lo spettacolo che rifaresti e quello che non rifaresti mai

Sweet Noir (per la regia di Senio G. B. Dattena, il regista de La chiave dell’ascensore) è lo spettacolo che rifarei, perché è andato in scena una sola volta ed è uno spettacolo di un’intensità tale, che ha richiesto un impegno del quale mi sono resa conto solo dopo un anno. Ma, nello stesso tempo, non lo rifarei perché avrei paura di dover affrontare di nuovo quel testo, affascinante ma complicato.. avrei paura di tornare indietro e non andare avanti.. è uno spettacolo che ho amato tantissimo e odiato allo stesso tempo.”

-Se non avessi fatto l’attrice saresti stata..

“Un’avventuriera…una viaggiatrice.. una Giovanna dei nostri tempi, con tutti i piaceri e i dispiaceri del fare la Giovanna in questo mondo di oggi.. Paladina di me stessa e di chi ha bisogno di me…e con tanti uomini, tanto amore, tanta passione…un fuoco che arde infinito finché morte non mi separi..”

-Il regista perfetto è quello che..

“Che vive, che gioisce, che soffre, che vibra ed illumina con te, che studia con te, che parla con te, che crede in te, che ti ama.”

-Il testo perfetto è quello che..

“Che non deve essere toccato se non dalla propria musica, che ti permette di scrivere una partitura musicale: è quello senza virgole e senza punti, è quello scritto bene.”

-L’attrice perfetta è quella che

“Quella che non esiste.. l’attrice perfetta non è.. esiste un momento perfetto.. è quella che dà tutto quello che possiede in quel momento e che va oltre, che  apre le ali e si butta in una specie di abisso….è quella  che magari non si schianta per terra e si libra in volo ma è disposta comunque a rischiare…che è leggerissima anche se sta morendo.”

-Una citazione una frase un verso che ti accompagna nella vita

“E come’è bello guardare la luna/sembra una piccola moneta”

-Un ricordo del passato

“I miei piedi molto piccoli, rinchiusi nei sandaletti, che vengono trascinati nella ghiaia e fanno un rumore come di carrozze..”

-Una certezza del presente

“L’amore delle mie due bambine, la loro vitalità, i loro occhi.”

-Un desiderio per il futuro

“Sarei tentata di dire “fine delle 90 guerre in atto nel mondo”..ma me ne concederò uno che riguarda me…me lo dedico…che io possa continuare a fare questo lavoro per poter dare da vivere a me ed alle mie bambine, continuando ad essere quello che sono.”

 

Maria Loi in

 

La chiave dell’Ascensore

 

di Agota Kristoff

regia di Senio G. B. dattena

con Ivano Cugia

una produzione Palazzo d’Inverno

 

23-24-25 marzo e 30-31 marzo-1 aprile

Ore 21.00

Palazzo d’Inverno Via Principe Amedeo

Info e prenotazioni ai numeri: 070/651207; 338 9137661

 




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2 settembre 2006

DONNE COMUNI FUORI DAL COMUNE



GRAZIA DENTONI

UN' AMAZZONE NEL DESERTO-2

 

Questo blog è nato per far sentire la voce di chi, pur urlando, viene ignorato da una politica culturale che premia gli incompetenti e tenta di eliminare chi rischia tutto, compresa la propria vita, per far sì che il mondo attraverso l’arte possa diventare un posto migliore.

Oggi ho per voi le due mail che Grazia Dentoni mi ha inviato e le voglio condividere, perché la voce di questa artista straordinariamente sensibile possa essere udita in ogni punto del “nostro” universo.

 

“ 28 luglio 2006

Vi invio una foto in allegato dal deserto del Negev, presa durante una performance con un altra attrice e questi magici strumenti che si trovano nel bel mezzo del deserto.
Col nostro corpo li abbiamo suonati. Sto lavorando a un film e a un progetto teatrale che svilupperò
durante la residenza in Israele. La situazione politica e' complicatissima, più ne so meno capisco...
e qui nel deserto tutti fanno un po' finta di niente con l'unico intento di festeggiare ogni giorno che rimane della loro vita... Per ora ho incontrato pochi palestinesi, ma aspetto con ansia di
poter intervistare anche loro. Forse avrò bisogno di aiuto, perché  sto pensando di offrire una
azione simbolica a questo paese, e da domani comincerò  a lavorare per capire se e' possibile. Vorrei attraversare il muro che divide Israele e Palestina camminando sulla mia corda...Se vi viene in mente qualche modo per aiutarmi....”

 

“Gerusalemme, 5 agosto 2006

Ormai e' un mese che sto nel deserto e finalmente mi sposto a vedere la Terra Santa, 
incontro Shadi Zmorrod in un caffè…Pietro Olla (giocoliere sardo venuto in Palestina ad offrire spettacoli in solidarietà al popolo palestinese), mi aveva parlato di lui qualche giorno prima e ci aveva messo in contatto…Dicevo... mi trovo a Gerusalemme, e incontro Shadi…Mentre piovono bombe in tutti i dintorni, qualcuno continua a sognare e tenta disperatamente di realizzare i suoi sogni. Ed è così che Shadi uomo palestinese di 27 anni decide di mettere su una scuola di circo a Ramallah, uno dei territori palestinesi occupati. Quindici ragazzi e ragazze palestinesi dai 16 ai 28 anni,  seguono i corsi di formazione: saranno gli insegnanti della scuola di circo di Ramallah. La scuola è iniziata 5 giorni fa, e purtroppo, i trainer che dovevano arrivare da un circo belga, all'ultimo momento non se la sono sentita di venire a stare qui in questo momento, la Guerra è una brutta bestia!!! Ma Shadi non si arrende ed è così che comincia a mandare comunicati via internet alla ricerca di volontari…Per ora la scuola è portata avanti da: un allenatore palestinese per l'acrobatica, una trapezista palestinese di 16 anni, un giocoliere americano, io che insegnerò trampoli, fune e come stare sulla scena, Shadi che è un  manager e un  regista,una ragazza belga che si sta occupando di tutta l'amministrazione...Aspettiamo la donazione di un tendone da circo. Abbiamo a disposizione  i pasti gratis per tutti noi, offerti dal miglior ristorante di Ramallah, un teatro in prestito, un trapezio, dei materassi, un paio di trampoli che ho costruito ieri con un falegname palestinese e tante ore al giorno di lavoro…Chiediamo a chiunque di partecipare a questo folle e meraviglioso progetto, in qualsiasi modo.. Ci servono trampoli, scarpe per camminare sulla fune, funi, denaro, palline, clave, nasi da clown, tutto ciò che serve in un circo… trainers…
Chiunque voglia partecipare all'apertura della prima scuola di circo  palestinese, contatti Shadi via mail o me. Il 18 ci sarà la presentazione pubblica del lavoro svolto per le strade di Ramallah, siete tutti invitati!!!”

 

Grazia Dentoni

foradrop@tiscali.it

http://ananche.cagliariannunci.it
 

Vi invito a non ignorare la sua voce

 




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22 maggio 2006

DONNE COMUNI FUORI DAL COMUNE

DONNE COMUNI FUORI DAL COMUNE-1

 

GRAZIA DENTONI  UN' AMAZZONE SARDA NEL DESERTO

 

 

“Una storia tuareg dice che quando sei nei posti dove c’è l’acqua vivi e quando sei nei posti dove non c’è l’acqua e dunque il deserto, cerchi la tua anima.” Grazia Dentoni, 33 anni, una dei dieci artisti selezionati (con lei un nigeriano, una svedese, un russo, un belga, un australiano, uno sloveno, un giapponese, un danese, uno spagnolo più due israeliani) per partecipare al progetto Midbar nel deserto del Negev, è pronta per incontrare la sua anima. Quell’anima di artista, che si muove libera tra teatro e cinema, tra scrittura ed equilibri “circensi”, percorrendo mille strade, volteggiando in mille direzioni, alla ricerca di quella giusta, per giungere alla “destinazione perfetta”, a quel luogo nel quale quell’ anima così fertile e creativa possa trovare il giusto spazio, la giusta dimensione. Ed il deserto del Negev sembra essere il luogo ideale dove la magia, che tanta parte ha nella sua ricerca artistica,  possa finalmente compiersi. “Cagliari artisticamente mi uccide. Non ho più confronto, non ho più una compagnia, un posto dove lavorare, un soldo per lavorare, non ho più neanche le persone che mi chiamano. Fino all’anno scorso il mio telefono squillava, adesso non squilla più. Sono 15 anni che lavoro in teatro, ho messo su una cooperativa ed un’associazione e non ho mai avuto un contributo.” Poi su Internet scopre il progetto Midbar: un progetto che lavora sul concetto di residenza in una trasformazione sociale responsabile e che mette a disposizione dieci borse di studio offrendo quattro mesi di residenza nel deserto, ma soprattutto “un posto dove lavorare”. E con FOR A DROP- PER UNA GOCCIA, Grazia vince una delle borse. Ma lo stesso progetto attira l’attenzione della Fondazione Pistoletto, che mette a disposizione di Grazia una borsa di studio  e quattro mesi di residenza a Biella. “Mi dispiace aver dovuto fare una scelta tra la Fondazione Pistoletto ed il deserto, anche se con la Fondazione entreremo comunque in relazione. Infatti il creatore del progetto Midbar è stato nel 2004 alla Fondazione Pistoletto per quattro mesi e ha deciso di fare il progetto pilota nel deserto per la prima volta quest’anno.” Oltre al vitto e all’alloggio sono compresi anche dei viaggi a Gerusalemme, al Cairo e a Gaza ed il debutto del lavoro a Tel Aviv. “Il confronto sarà con il “fuori da qua”, anche a livello linguistico. Devo dunque cambiare il modo di comunicare. Dobbiamo essere in grado di farci capire dagli altri. Bisognerà capire come fare: se siamo qui per parlare di cose importanti, bisognerà trovare una nuova forma di comunicazione”. FOR A DROP è “un lavoro che parte dal mito per poi arrivare ad una denuncia, perché l’acqua non è più un bene di primaria necessità ma è un bene economico. La differenza tra noi e gli altri è che io per avere l’acqua posso pagare ma c’è tanta gente che non se lo può permettere. Facendo delle ricerche ho scoperto che il problema tra gli israeliani e i palestinesi sta nel fatto che gli israeliani hanno chiuso i pozzi ai palestinesi. Ecco perché si ammazzano, si fanno saltare in aria: sono disposti ad uccidersi, perché stanno morendo di sete.” L’idea parte dalla “santa drammaturgia”, teoria creata dall’artista sarda unendo il concetto di catarsi del teatro antico alla teoria della psicobiologia del dottor Jean Claude Badard. “Ho messo su questo tipo di teoria che si chiama “santa drammaturgia” e sto lavorando per cercare di capire come fare a creare una sorta di rito psicomagico per la risoluzione del conflitto collettivo. In FOR A DROP l’idea parte appunto dalla “santa drammaturgia”  per lavorare sul simbolo, sulla mitologia, per fare non solo un’azione di denuncia, ma anche di catarsi. L’obiettivo è di arrivare alla comunicazione di una cosa alle persone affinché escano dal luogo dell’azione scenica con un fatto superato, con una comprensione non solo intellettuale, ma anche di anima.” Questa poliedrica amazzone dal sorriso disarmante e dall’eloquio incantatore è felicissima, anche se quella che lei definisce la “follia cagliaritana” continua a non risparmiarla: “Uno mi ha detto “ Si, ti hanno scelta. Ma non chiedere troppo perché siete solo in dieci”. Il modo di ragionare a Cagliari è questo: ed è un modo che porta soltanto alla competizione, quella brutta. Non è che sia più o meno brava, io sono esattamente come prima. La cosa importante è che in questo momento nel mondo ci sono persone che stanno facendo un percorso che è simile al mio. Quando la gente sente che io ho vinto la borsa di studio, divento improvvisamente brava. È folle!”. Grazia Dentoni partirà per il suo cristologico viaggio di simbolica crocifissione e resurrezione nel deserto del Sinai l’11 giugno, sola, per “ritrovare” se stessa ed il mondo e cercare, nel silenzio e nella solitudine, la risoluzione ultima al suo “conflitto” e a quello dell’umanità, pericolosamente sospesa tra distruzione e salvezza.




permalink | inviato da il 22/5/2006 alle 15:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (48) | Versione per la stampa
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