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il blog di francesca falchi


condivisione di forma d'arte


4 aprile 2007

VOCI NEL BUIO

VOCI NEL BUIO

“Datemi una maschera e vi dirò la verità” (Oscar Wilde)

Voci nel buio, la produzione 2007 del Teatro Laboratorio Alkestis, tratto da due opere del rumeno Matéi Visniec, per la regia di Pascale Aiguier, si mantiene su quella linea seguita dalla Ccompagnia che assume su di sé il difficile compito di formare nuovi attori secondo le direttive del teatro di ricerca e sperimentazione (Per amore di Sarah) e metterli in scena dopo uno studio attento ed accurato. I giovani protagonisti che prestano il corpo fisico e “sonoro” alle “voci” di Visniec sono appunto giovani. Troppo giovani. Davide Piludu, Valentina Angius, Laura Solla, Josto Luzzu, Giuseppa Salidu  sono sulla buona strada (con un punto in più per Laura Solla il cui “uomo-pattumiera” è più di una voce che si perde nell’aria ma una realtà, a tratti vivida e molto convincente) ma non sono ancora in grado di sostenere quel misto di orrore e macabra ironia che caratterizza i testi selezionati e di provocare nello spettatore quel “sentimento del contrario” tanto caro a Pirandello, quel riso cui segue la riflessione e che tramuta l’ilarità in pietà. L’uomo di Visniec, che sdrammatizza la propria ineluttabile distruzione e quella dell’umanità intera, che si perde dentro e fuori di sé, che si inventa macchine improbabili per cancellare le tracce del male interiore che proietta sul mondo,  è troppo difficile da affrontare per chi, da quel male, è stato appena sfiorato, che vede il mondo come una proiezione continua di un sé che ancora ha un futuro, che non concepisce la fine della vita perché ancora troppo vicino all’inizio della stessa. La scelta registica dell’essenzialità si addice solo a chi ha una grande esperienza ed è capace di evocare mondi con un semplice sguardo: ecco così che la decisione di mimare gli oggetti non risulta vincente perché poco precisa, così come il palco vuoto e gli abiti rigorosamente neri, che mortificano la “visione” dell’insieme. L’accademismo eccessivo dell’eloquio e dei gesti costringe gli allievi ad assumere atteggiamenti rigidi ed innaturali,  a “preoccuparsi” di cose “inutili” come il rumore dei tacchi sulle tavole del palco o ad effettuare “le pause giuste al momento giusto”, assumendo “tempi artificiali” a scapito di quelli “reali”. Pascale Aiguier dovrebbe “lasciare liberi” i suoi talentuosi allievi, privilegiando l’ironia al posto della “serietà”, limando gli eccessi (la voce della simpatica e frizzante Valentina Angius è totalmente fuori controllo), eliminando i gesti “meccanici” (di cui fa le spese il “teatrale” Davide Piludu) e poco credibili (il cecchino del bravo Josto Luzzu è un tripudio di “nonsense” gestuali, dalla lattina di birra al modo in cui imbraccia il fucile e prende la mira) e le pause “ad arte” che enfatizzano e non rendono “reale” la surrealtà dei testi e dei personaggi (la Nikita “quasi” cattiva di Giuseppa Salidu). Voci nel buio sembra, in questa fase, un saggio “di fine corso”. Ma è indubbio, che grazie alle notevoli potenzialità del giovane ensemble possa diventare uno spettacolo interessante se, quanto detto sopra, verrà interpretato come un consiglio e non una critica feroce. Cosa che, a causa della scarsa intelligenza dei molti e della umiltà dei pochi, capita spesso.

 

VOCI NEL BUIO

 

Tratto da

Le théatre décomposé ou l’homme poubelle e Attentino aux vielles dames rongeé par la solitude

di Matéi Visniec

con Valentina Angius Josto Luzzu Davide Piludu Giuseppa Salidu Laura Solla

regia di Pascale Aiguier

 

30-31 marzo -1 -2-3-4 aprile 2007

 Teatro Alkestis Via Loru 31 Cagliari

 

 




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22 marzo 2007

IVAN LO SCEMO

IVAN LO SCEMO

 

L’intelligenza è invisibile per l’uomo che non la possiede (Schopenhauer)

 

Ivan lo scemo della compagnia Cronopius è uno spettacolo incantevole. Delicato. Ingegnoso.

La regista Susanna Mannelli costruisce, a partire dal racconto di Tolstoj, uno spettacolo dove la tradizione popolare si dispiega agilmente, recuperando l’incantamento dell’oralità ed i suoi “artefici” magici. La storia, affidata ai tre “cuntatori” (Felipe Moretti, Angela Plaisant e Matteo Colurgioni, che gareggiano testa a testa per bravura ed espressività) narra i tentativi del diavolo (Diabolo) per rompere l’armonia “vitale” di Ivan, la sua famiglia, i suoi sudditi. I simulacri dei personaggi, evocati attraverso gli abiti-simbolo e le voci degli attori, “fluttuano” nello spazio teatrale concretizzando l’immaginario dello spettatore, come in un rito di materializzazione “pirandelliano”. Il carretto di “Tespi” con gli strumenti musicali e gli oggetti di scena, il diavolo di legno e di tela, sono gli elementi scenografici di uno spettacolo che con essenzialità e capacità inventiva crea un “film d’animazione teatrale” in diretta. La drammaturgia fonde sapientemente il cantato al parlato, velocizzando o rallentando, a seconda delle esigenze narrative., l’andamento ritmico dell’azione, esaltando la meraviglia e l’attesa dello spettatore di fronte a i molteplici tranelli del diavolo, cui Ivan e il “regno degli scemi” rispondono con la semplicità delle anime pure.

Diabolo, Semen, Taras, Ivan, Malania, Bel, Zè, Bù, prendono vita, sfuggendo agli invisibili recinti dell’immaginario e possedendo, come ogni rito “iniziatici” che si rispetti, i sacerdoti-attori e gli adepti-spettatori. Susanna Mannelli e Cronopios riescono a “manipolare” efficacemente la teatralità del racconto tolstojano, piegandolo allo stile che più gli è congeniale: quella commistione fra tradizione e contemporaneità che modernizza l’antico senza distruggere l’aura magica, ancestrale e primigenia, degli archetipi tradizionali.

E, soprattutto, senza perdere di vista quella morale “popolare” che invita ad addomesticare il diavolo, piuttosto che combatterlo.

Ecco allora come una semplice narrazione diviene il mezzo per sottolineare come la purezza dell’anima umana possa contrastare artefici ed inganni; come la semplicità di una mente libera possa sconfiggere le tortuosità di chi è prigioniero del proprio egocentrismo teso al dominio del mondo; come un “ti voglio bene” possa distruggere ogni forma di male.

Diavolo compreso.

 

IVAN LO SCEMO

 

Una produzione Botti du Schoggiu

Con Felipe Moretti Angela Plaisant Matteo Colurgioni

Regia di Susanna Mannelli

 

Mercoledì 21 marzo Ex- Vetreria Pirri-Cagliari

 

La Vetrina del Teatro Ragazzi 2007




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20 marzo 2007

LE NOZZE RICICLATE

 

LE NOZZE RICICLATE

 

“Pensa globalmente, agisci localmente” (Anonimo)

 

Cassandra sa quello che succederà al mondo. Ma nessuno l’ascolta. Cassandra però non si arrende. E’ vecchia, lo sa, ma non per questo meno combattiva. Parla Cassandra, ma non straparla, e registra le sue “predizioni” sulla catastrofe che si abbatte sul mondo, sul nastro di una videocamera minacciando il suo invisibile interlocutore: “tu l’hai trovato in ordine il mondo e lo devi lasciare in ordine”. E’ una tragicommedia “ecologica” quella che “il fantasioso” Forioso costruisce ne Le nozze riciclate, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile della Sardegna, che vede protagonisti una divertentissima Maria Grazia Sughi (Cassandra), Isella Orchis (Flora) e Cesare Saliu (Achille). “Riciclando” Cechov e Calvino, l’isola di Leonia ed Il giardino dei ciliegi, Forioso porta in scena lo scontro tra la natura e l’uomo, tra la creazione e la distruzione: “sei un uomo non un evacuatore” tuona Cassandra dai suoi dvd pirata spacciati all’insaputa della gente comune, convinta che lo scopo della rivoluzione sia lo sfinimento. L’incivile civiltà che si abbatte sul mondo diventa il mostro contro cui madre e figlia combattono. L’arte riciclata di Flora (“il Mongo”) diviene un modo per conservare il passato (“è dal passato che nasce il nuovo”), unico ostacolo ad una evoluzione che si identifica sempre più con la distruzione. La dissoluzione del mondo si intreccia con quella dei legami tra le persone, tra le cose: quello di Flora e di Achille, quello di Cassandra con il defunto marito Peppino, quello del presente irriconoscibile con un passato che presto non si riconoscerà più. Panta rei  in questo spettacolo, trascinando tutto e tutti: le illusioni di fedeltà ai principi sacrosanti del benessere individuale e globale, le bugie dette in nome del guadagno (“Le “Smaltimento rifiuti spa” sono delle multinazionali del crimine.. Peppino ne faceva parte”) e quelle dette a se stessi per paura di riconoscere le proprie fragilità (“Io riciclo” confessa Achille a Flora “Ho cominciato a prenderci gusto.. impari a riconoscere le cose della vita”). E se il lieto fine globale sembra lontano dall’attuarsi (“Siamo circondati:i rifiuti sono dappertutto.. e si depositano sul fondale della società”), quello particolare chiude la piece con una profezia che ha i tratti romantici di una speranza che è dura a morire: “io ho sempre anteposto alla diffidenza la fiducia”dice Cassandra “c’è sempre dell’oro in ognuno di noi”.

 

LE NOZZE RICICLATE

Storie d’amore in tempo d’ecologia

eco-commedia di Orlando Forioso

Dedicata ai ciliegi e all’ironia di Anton Cechov,

alla città di Leonia e a tutte le città invisibili di Italo Calvino.

 

Con: Isella Orchis, Cesare Saliu, Maria Grazia Sughi

Regia: Orlando Forioso

Scene e costumi:  Pietro Rais

Assistente regia: Rosalba Ziccheddu

 

Lunedì 19 marzo ore 9.00 Ex Vetreria –Pirri

 

La Vetrina del Teatro Ragazzi 2007

 




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8 marzo 2007

IL TEATRO DEI FRATELLI SCOMPARSO

IL TEATRO DEI FRATELLI SCOMPARSO

“Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri. “ Schopenhauer.

“Eppure, tranquilla, fascinosamente tranquilla oh, balena, tu nuoti, per tutti coloro che ti vedono la prima volta, non importa quanti tu abbia in quello stesso modo giocati e distrutti prima” Moby Dick, Herman Melville.

Ne Il teatro dei fratelli Scomparso, scritto da Andrea Meloni e prodotto dal Teatro laboratorio Alkestis, Schopenahuer e Melville costituiscono i confini ideali di uno spettacolo che, nella sua leggerezza e godibilità, affronta il tema imprevedibile ed imprendibile della follia. E’ la voce fuori campo di Agostino Cacciabue che, nel buio e nel silenzio, fornisce le chiavi di lettura della vicenda di Alfredo Scomparso: “i matti non devono essere cacciati come bestie feroci”; “la follia sta al teatro come nutrimento”; “tutti gli uomini hanno un diavolo nel cervello che cerca di dominargli il corpo”. Il cantastorie Tatar (un favoloso e “favolistico” Andrea Meloni) ripercorre la storia di Alfredo, uno che “aveva talento per lo squilibrio” e che un giorno scompare durante uno dei suoi viaggi nei mari più remoti, in cerca di “misteri senza nome”, di “enigmi senza soluzione”. Il corpo di Andrea Meloni si trasforma e deforma, assumendo di volta in volta le sembianze degli elementi, degli oggetti, dell’essenziale e dell’inesistente. È personaggio, è barca, è mare, è il noto e l’ignoto. E’ la liquida follia che pervade l’inconscio, è l’universo immaginifico reale e surreale di menti spezzate ma non piegate, è il mondo frantumato dei detriti dei relitti dei reietti” che vive “nella bocca della balena” e che le opere di Simone Dulcis (il signor Guazzamacchia, “secondo contabile del mattatoio”) lunari e tortuose, ricompongono. Ed ecco che la balena (“chi sei tu, balena/ da che parte sei tu/ tu sei tenebra e luce/ il tuo canto turba e seduca”), nella sua ambivalenza poetica di custode e nel contempo simbolo di una realtà “diversa”, mostra “la spinosa diversità” custodita al suo interno: un imperatore, un piromane, una zingara “e, quando è in forma, Dio in persona”. Un’umanità “inghiottita” che non ha paura di mostrarsi, ma che “gli altri” preferiscono non vedere: “noi siamo l’arte della mistificazione, il terrore, la maschera”. Una umanità in attesa  (“che l’attesa fa il paziente e noi che siamo pazienti aspettiamo) che recita la propria “anormalità” contrapposta al “mostro della normalità” che Alfredo decide di interpretare nel teatro allestito nel ventre della balena. Il Teatro dei Fratelli Scomparso riesce, con una drammaturgia che gioca sul doppio significato delle parole e che fornisce differenti e spesso opposti livelli di lettura e di interpretazione a ritrarre efficacemente una condizione umana che spesso è lasciata in balia di se stessa, vittima di preconcetti clinici o pregiudizi. Il malcostume culturale della contemporaneità vede nel “matto” qualcuno da salvare, da curare o da evitare, ma mai da comprendere perché è più semplice convincersi che “al mondo i matti sono sempre gli altri” ma mai noi stessi. E quel finale, dove la balena sputa “sulla luna” ciò che resta di Alfredo (“io non sono magro, sono soltanto eroso”), ed il mondo, ogni mondo, diviene “straniero” sottolinea come l’assenza di qualunque essere umano, normale od anormale che sia, rappresenta una perdita: perché “anche la luna è psicotica da quando Alfredo è scomparso”.

 

IL TEATRO DEI FRATELLI SCOMPARSO

 

PRODUZIONE Teatro Laboratorio Alkestis

PROGETTO ARTISTICO Circo Calumet

SCRITTO DA Andrea Meloni

OPERE DI SCENA Simone Dulcis

COSTUMI Stefano Carboni

 

8-9-10 marzo alle ore 21.00-11 marzo ore 18.00

Teatro Alkestis Via Loru 31- Cagliari

 




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4 marzo 2007

ESTATE N°10 O DELLA DISTRUZIONE DEI CASOTTI

ESTATE N°10 O DELLA DISTRUZIONE DEI CASOTTI

 

“Vivere nei cuori che lasciamo dietro di noi non è morire.” (T. Campbell)

In questo “estate indiana” marzolina, folle come la lepre di Alice, dove la temperatura a mezzogiorno sfiora i 23 gradi (ancora troppo pochi per farsi un bagno perché il vento, nonostante il caldo, è quello di fine inverno, inverno atipico ma inverno) i cagliaritani si riversano al Poetto, la spiaggia della città.

Tra due spaghetti con i ricci, un bicchiere di vermentino ed una frittura mista, lo sguardo si perde nell’orizzonte assolato, dove il blu del mare sfiora impudente l’azzurro del cielo, tralasciando il grigio della sabbia (post casotti e post Balletto) di una spiaggia che, con il passare del tempo, ha perso la sua identità.

Identità raccolta e raccontata da Estate n°10 o della distruzione dei casotti, lo spettacolo di Elio Turno Arthemalle e Vito Biolchini in scena in questi giorni a Cagliari, che ripercorre ventiquattro ore di una giornata estiva a ridosso di Ferragosto, quando il Poetto aveva la fisionomia di una città nella città, abitanti compresi: “..milletrecento costruzioni, due per quattro o quattro per quattro… un quartiere diviso in rioni, ognuno con le sue tradizioni”.

E sembra di vederlo “quel” quartiere, abilmente evocato nella mente dello spettatore da quell’ombrellone a righe piantato sulla spiaggia, dal pallone casualmente appoggiato in attesa dei “due tiri”, dalle luci che ricreano il giorno e la notte, in perfetto stile “The Truman show”.

I bagnanti hanno la voce poliedrica ed il corpo “mutaforma” di un Elio Turno Arthemalle in stato di grazia: l’ingegnere col casotto “tecnologico” in legno finlandese, alto un metro in più rispetto a quello degli altri, il pavimento in linoleum; il vecchio “rompiballe”, custode di una memoria fatta di “cose che ti ricordi, cose che ti dimentichi, favole e faccia tosta”; il filosofo del vento “che cambia sempre quando il sole è a picco”; la cricca di ragazzi, con il “soggetto” di turno armato di chitarra, tartassato da richieste improbabili e che sa suonare bene solo una canzone. E il casotto “fantasma” con il morto, le zanzare, le patate di mare, “che non sapremo mai da dove arrivano, da quali mondi”.

Elio Turno Arthemalle e Vito Biolchini ricompongono con amore ed abilità drammaturgica, i frammenti consunti ma non passati di un mondo che è andato incontro ad una distruzione “normale”, perché “nessun mondo è abbastanza giusto per durare in eterno”.

E sebbene “l’anima dei luoghi non si può descrivere, figurati raccontare”, per un’ora l’inimmaginabile diventa possibile: la società perfetta dei casotti, il vento di maestrale, l’odore del mare, il sapore del polpo con aglio e prezzemolo.

E quelle persone, inghiottite dalla sabbia e dal tempo come “i paletti di cemento che si estendevano per chilometri come un cimitero militare” risorgono in tutta la loro umanità, sopravvissuti alla stupidità dei tempi moderni, come gli ultimi immortali.

Perché se nulla si crea, è anche vero che non tutto si può distruggere.

 

ESTATE N°10 O DELLA DISTRUZIONE DEI CASOTTI

Di Elio Turno Arthemalle e Vito Biolchini

Con Elio Turno Arthemalle

Scene e regia di Vito Biolchini e Elio Turno Arthemalle

Il testo dello spettacolo è stato pubblicato dall’editore Condaghes, con introduzione di Massimo Carlotto e postfazione di Antonio Romagnino




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25 novembre 2006

OMISSIS

OMISSIS

 

 “Grande è la verità, ma ancora più grande, da un punto di vista pratico, è il silenzio sulla verità.” (Aldous Huxley)

 

L’atto penitenziale della liturgia ecclesiastica inizia così “…Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa..”. L’Omissis del particolare spettacolo delle Varitmès, in scena martedì 22 al Piccolo Auditorium di Cagliari, non è esente dal senso del peccato. Perché l’omissione che perpetrano i protagonisti, sia maschili che femminili, ai danni delle persone che li circondano ma soprattutto ai danni di loro stessi, infrange il confine della menzogna, del celare delle verità insostenibili. Tali verità ed il loro rovescio, dunque le menzogne, costringono colui o colei che le assume su di sé come un fardello, a mentire non solo agli altri ma soprattutto a se stessi. Perché ciò che uno “è” non coincide mai con ciò che “si vuole essere” ed appare distante anni luce da ciò che “gli altri vogliono che tu/lei/ noi/voi/ sia/siamo/siate”. In questa visione di “uno e trino” l’uomo perde la sua identità e svilisce la sua origine divina, facendo propri i meccanismi “diabolici” della menzogna e della falsità. Il sospetto si insinua nel “paradiso terrestre” fino a renderlo “inferno terrestre”, la costrizione in un abito che non ci appartiene, in una situazione che conduce alla dissoluzione della vera identità di ciascuno riduce i protagonisti a figurine di carta, a marionette che ripetono un unico movimento, ad individui virtuali, privi di coscienza e libertà d’azione, che non sia quella imposta da un “altro da sé”. La danza appare in questo spettacolo come l’espressione di questa prigionia del “non detto”, del “non fatto”: è ripetizione meccanica di schemi consueti, di abitudini difficili da scalzare. Ed è, nel contempo, tentativo di ribellione, di fuga dal “mondo del reale”, così diverso da quello platonico ed irraggiungibile delle idee. Nonostante alcune piccole imprecisioni nelle coreografie (dove la velocità del movimento è necessaria per rendere la costrizione dell’anima ed il suo anelito di ribellione) e nelle parti recitate (dove,  in alcuni momenti, l'eccessiva enfasi  nega un realismo la cui presenza risulta essere  un imperativo assoluto) tuttavia il messaggio che sottende l’intera operazione giunge “definitivo” come una sentenza: la fuga da se stessi, da quel mondo irreale fatto di bugie e di verità non dette, è impossibile. E così quel finale “virtuale”, che riproduce le fattezze mistificate del reale, ha il gusto finto di una prigione invisibile d’aria e menzogne, riccamente travestite, nostro malgrado,  da verità.

 

OMISSIS

Coreografia: Silvia Pietrangeli e Valentina Angius

Interpreti: Silvia Pietrangeli, Valentina Angius, Angelo Zedda.

Trucco e abiti: GIUA di Maurizio Calabrò

Computer grafica: Tommaso Pugliese

 




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1 agosto 2006

L' ASINO D'ORO

“Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora.” Goethe.

 

Lucio è un sognatore audace. E, come tale, affronta la sua ricerca senza porre alcun limite alla conoscenza di sé e di ciò che di tangibile, od etereo ed impalpabile compone il mondo nel quale si trova a vivere. Lucio, interpretato da un “incantato” Luigi Tontoranelli, è il protagonista de L’asino d’oro di Apuleio, la nuova produzione del Teatro Stabile di Sardegna, per la regia di Orlando Forioso, che ha debuttato in una calda e suggestiva notte di fine luglio, al Teatro romano di Nora. Curioso ed impavido, Lucio affronta il cammino della “conoscenza” di quello che è precluso ad occhi umani, quei misteri  magici e tramandati per secoli, di cui solo le donne custodiscono i segreti. Illuminando  il suo ed il nostro cammino, questo emulo di Diogene conduce lo spettatore in un mondo magico, fatto di evocazioni “spiritiche” e burle ai danni di quanti sono disposti a credere che oltre il nostro, esistano “altri” mondi, ancora tutti da scoprire. Orlando Forioso, con la sensibilità e la raffinatezza intellettuale che lo contraddistingue, esalta l’atmosfera impalpabile del testo, sospendendo il tempo dell’azione e facendo scivolare le storie l’una nell’altra, passando dall’atmosfera “segretamente” goliardica a quella “letteralmente” velata della leggenda di Amore e Psiche, dai colori accesi dei riti di Iside a quelli funerei dei morti, dai costumi antichi e magici di Medea a quelli “english-style” dei Racconti di Canterbury, così “meravigliosamente” pasoliniani. La impeccabile recitazione “classicheggiante” degli attori (Maria Grazia Bodio, Lia Careddu,  Isella Orchis, Maria Grazia Sughi, Paolo Meloni, Cesare Saliu, e i giovani Eleonora Giua e Riccardo Giannetti, ancora lontani da certi equilibri, ma decisamente sulla buona strada), si adatta alla perfezione allo stile del romanzo: il tono è epico ma non enfatico, i gesti magniloquenti, non “fuori controllo”, l’andamento musicale, non “cantilenante”. Perché il “realismo” de L’asino d’oro non va esibito, è manifesto. Nelle parole di Lucio, la cui anima umana, imprigionata in un guscio “placentare” dalle fattezze d’asino, si evolve, prendendo coscienza della maledizione alla quale l’umanità sembra essere condannata: “perché si deve vivere in continuo terrore, o dei, perché ci attaccate e ci massacrate con tanta violenza? E’ questo essere uomini, vivere tra violenza e terrore?.” Ed ecco allora come la lievità dell’atmosfera, la “magica” poliedricità  delle soluzioni scenografiche, le giocose sottigliezze (il lampadario di cristalli illuminato come catena dei morti) diventano una sorta di “distrazione” necessaria ad una certa ineluttabilità del vivere, ad un destino che è comune, oggi come ieri, ad un’umanità incredula: un’umanità che, nonostante tutto, affronta con coraggio una realtà mostruosa, troppo invadente e prosaica per essere ignorata, in cerca di un’alternativa ad un vivere che ha perduto, ormai da troppo tempo, anche la più impercettibile magia.




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27 luglio 2006

PER AMORE DI SARAH

PER AMORE DI SARAH

“…Fummo lavati e sepolti, / odoravamo di incenso: e dopo, quando amavamo / ci facevano gli elettroshock / perché, dicevano, un pazzo / non può amare nessuno.” Alda Merini da La terra santa.

 

Si intrecciano la voce tremante di Alda Merini, la sua anima resa roca dal martirio di donna e di poetessa e quella di Sarah Kane,  bambina incredula, che resta “a bocca aperta per il terrore del mondo”. Per amore di Sarah è l’esito scenico di un primo studio sui testi teatrali della drammaturga inglese intrapreso dagli allievi-attori del Teatro Alkestis, abilmente guidati dall’attore-regista Sergio Piano. Dai personaggi futuribili, i cui corpi contorti riflettono la deformità del mondo(Purificati) all’amore che non cura ma tortura, che non costruisce o ri-costruisce ma devasta (L’amore di Fedra); dalle “verità nascoste” in fondo all’anima che lacerano e distruggono raccontate come un agghiacciante  gioco infantile  (Febbre) alla “angoscia congenita”, alla mancanza di senso di fronte alla dissoluzione ultima unita al bruciante desiderio di “essere guardata e ascoltata”, “per essere libera dalle costrizioni” (Psycosis 4.48). I giovani attori (Chiara Scalas, Silvia Mura, Alberto Lorrai, Valeria Stori, Carla Stara, Sara Scioni, Sara Foddis, Alessandro Vacanti, Carla Depuro, Raimonda Mercurio, Davide Brai, Barbara Usai) si muovono convulsi ed ingenui, lenti e consapevoli tra bambine martoriate da segreti indicibili, fanciulle in camicie di forza, giovanotti sospesi tra eros (totale e totalizzante) e thanatos, dando buona prova di sé, “raccontandosi” senza pudore nel palcoscenico terribile di un reale dove si consuma l’inutilità del vivere e nel contempo del morire. Tralasciando le visioni cruente che rispecchiano il disgusto per la contemporaneità nella quale si trovava immersa contro la sua volontà, la Sarah Kane dell’Alkestis si muove leggera, i corpi etericamente sospesi, per far risaltare quella verità “stanca di segreti” che, travestita da gioco, annichilisce lo spettatore: che “la vita succede”, perché “non sappiamo di essere nati”.




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16 maggio 2006

IL CONDOMINIO

IL CONDOMINIO

(CONDIVISIONE DI FORMA D’ARTE CON GLI AMICI/LE AMICHE BLOGGER E NON-3)

 

“Mi sembra la mia vita un palinsesto / di rime e note, canzoncine / scribacchiate in vacanza pigramente/ da un ragazzo. A mascherare il segreto. / Certo avrei potuto giungere in vetta, un tempo, / e dalle dissonanze della vita/ trarre un accordo che salisse a Dio” (Oscar Wilde, da Ahimè! in Poesie).

 

 “Dov’è volata la coccinella/ la mia perduta felicità/ dov’è finita quella bambina/ la coccinella felicità”. L’assassinio della felicità sostituita dall’apatia del vivere, che si trascina in una routine che amplifica le anomalie dell’individuo, ingigantendole fino a deformarne i tratti umani in una maschera di cinismo e bestialità, è il fulcro attorno al quale ruotano i personaggi de  Il Condominio, lo spettacolo scritto e diretto da Fabio Marceddu e Antonello Murgia, in scena questo fine settimana a Cagliari. Le due Bestie Feroci tornano all’attacco, più graffianti e dissacranti che mai, dando vita ad uno spettacolo ottimamente scritto e diretto, nel quale, senza pietà, offrono in “sacrificio” personaggi dai tratti incredibilmente disumani ma paradossalmente reali, non morti mediatici da talk show, ma “vivi” che calpestano le strade della vita “vera”, la cui umanità sembra essersi dissolta per il deterioramento dei rapporti sociali elementari: un micromondo che è riflesso del macromondo degenerato nel quale ci muoviamo assenti, come dis-umani rassegnati alla propria mediocrità. La solidarietà conflittuale tra i reietti diviene l’unico modo per poter raggiungere quel modello di “benessere catodico” instillato programmaticamente da una società che non contempla la “normalità della realtà”, ma che ne attende famelica l’estinzione a favore della “eccezionalità dell’irrealtà”. I cannibalici inquilini del condominio (i convincenti Augusta Teglia, Filomena Cavallo, Mariella Spiga, Marinella Balloi, Elisa Mostallino, Maurizio Megna, Teresa Leccese, Giuseppina Solarino, Anna Maria Lai, Anna Maria Muscas, Guido Ancis, Martina Cogoni, Gianna Ventura, Salvatore Viviano) si auto-divorano e divorano l’un l’altro, svelando “liricamente” la parte più oscura della propria anima, spezzata dall’empietà del vivere. La scelta scenografica della contemporaneità dei “loculi abitativi” di queste “anime morte” e l’uso delle “canzoni rivelatrici”, mettono lo spettatore-voyeur di fronte alla tragica dicotomia sulla quale si fonda il vivere di questo terzo millennio: il conflitto tra essere e apparire, tra volere e dovere, tra sogno e realtà. Non c’è salvezza senza il compromesso, senza che la ragione ceda il passo all’istinto, fino a culminare  nell’ “epurazione” di chi altera l’equilibrio di quei microcosmi che si reggono l’uno sull’altro, stretti da un patto di omertà che ha i tratti di una condanna all’inferno. Non esiste “un teorema/ per sfuggire al sistema”, per trovare, in fondo all’oscuro pozzo del vivere, la felicità.

Ma noi, muti ascoltatori ed inconsapevoli attori di questo “reale dell’assurdo”, questo lo abbiamo purtroppo capito da tempo.




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29 aprile 2006


LUCIDO SOTTILE TV SHOW

(CONDIVISIONE DI FORMA D’ARTE CON GLI AMICI/LE AMICHE BLOGGER E NON-2)

 

“(...) ormai la nostra percezione della fama è cambiata. (...) Si è verificata una sorta di banalizzazione della celebrità: oggi la fama che ci viene offerta è istantanea, pronta per l'uso, e ha il potere nutritivo di una zuppa in scatola.” (James G. Ballard)

 

Lucido Sottile Tv Show, di Michela Sale Musio e Tiziana Troja, in scena in questi giorni a Cagliari, è uno spettacolo trash. Trash nel senso più “nobile” ed alto del termine. Trash come il cinema di  John Waters, fortemente connotato da quella carica eversiva, dissacrante e provocatoria che ha reso tutti i suoi film originali ed indimenticati capolavori. Carica che in Lucido Sottile Tv Show esplode grazie alle multiedriche sembianze delle due protagoniste, le brave Michela Sale Musio e Tiziana Troja, che frantumano identità e ruoli senza porsi alcun limite e, soprattutto, alcuno scrupolo. Punto di partenza e punto d’arrivo coincidono, dando spazio al polimorfismo di quel mostro a cento teste che è la tv: il trash del catodico detta le regole di questo spettacolo, che è il trionfo del cattivo gusto televisivo e della creatività unpolitically correct. Un’ora e mezza in un teatro che ospita un vero e proprio show televisivo, con la sua conduttrice glamour e semianalfabeta (Tatiana Evaré-Michela Sale Musio), la prima ballerina-cantante-luccicante (Titti Show-Tiziana Troja), la albanese Damidia ed il suo valletta-pensiero (una esilarante Ombretta Pisanu) ed una serie di ospiti, collegamenti (da sottolineare la incredibile/credibile Pierangela Zagato-Rita Atzeri), spot (il Telecomano e Tacconi), sponsor (Ming-Ya Abbigliamento Cinese) e cortometraggi d’autore, che, come un baraccone di fenomeni da circo (fantasiosamente vestiti da Salvatore Aresu) si palesa davanti agli occhi degli spettatori coinvolti, divertiti e atterriti nello stesso tempo. Perché si ride di quella che è la desolazione intellettuale nella quale si è ormai sprofondati, accecati come siamo dai bagliori effimeri di una “colonizzazione” televisiva che ci tratta da indigeni, spacciando perline colorate per gemme preziose. La professionalità e la competenza cedono il passo all’ignoranza e all’improvvisazione, la sostanza all’apparenza, la verità alla menzogna. Lucido Sottile Tv Show, pur “facendo” della tv-spazzatura, non crea uno spettacolo-spazzatura: nonostante alcune incertezze e momenti di calo (dovuti principalmente alla “regista” di cortometraggi d’avanguardia Monica Orlandi-Barbara Zedda) si ride, a tratti amaramente, perché si prende coscienza dell’assuefazione coatta che ci rende divoratori e divorati,  di e da un mondo che non esiste, se non dietro ad uno schermo. Lucido Sottile Tv Show, nonostante la sicura “condanna” degli artisti intellettualoidi, fautori di inesportabili ed inesportati spettacoli d’autore, fa, della spazzatura, teatro: goliardico, irriverente, sfrenato,“indecente” teatro.




permalink | inviato da il 29/4/2006 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (171) | Versione per la stampa
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