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il blog di francesca falchi


recensioni danza


29 gennaio 2006

MOVING CONTEXT, DOPPIO GIOCO SUL FILO DELL'IMPROVVISAZIONE Unione Sarda 30 novembre 2005

Domenica scorsa, per Moving context, il progetto sull’arte della mutazione e dell’improvvisazione organizzato da Carovana SMI con la direzione artistica di Ornella D’Agostino, sono andati in scena due primi studi: l’uno, Trasfigura,  una nuova produzione Caranas 108, ideata e diretta da Ornella D’Agostino, al Capannone di Si e’ Boi di Selargius; l’altro,  Pastorale, ideato e diretto dal coreografo Maurizio Saiu, al Teatro La Vetreria di Pirri. Se Trasfigura, che vede in scena Rita Spadola e la stessa Ornella D’Agostino, è un vero e proprio “percorso sull’improvvisazione, come modalità di un lavoro per sviluppare l’indagine tematica sulla trasfigurazione corporea”, Pastorale, protagonisti Cristiana Bosoni e Franco Casu, è un lavoro nel quale niente è “improvvisato”, nel quale le sonorità e la gestualità di un quotidiano residente nella tradizione divengono rituale che da una mediterraneità fortemente caratterizzata aspira a diventare simbolo puro ed universale. Per lo meno nelle intenzioni. Perché, nella pratica, si assiste, più che alla creazione di immagini archetipiche nuove, ad un riproporre immagini stereotipate che banalizzano un percorso di ricerca interessante ed, in alcuni momenti, originale. Trasfigura, proprio per il suo carattere “aperto”, propone una intensa e riuscita analisi del rapporto femminile, la ricerca di identità nell’alterità, che lega una madre ed una figlia, due sorelle, due amiche. Il tentativo di vivere l’una nella pelle dell’altra e non solo nella propria, deformando il proprio volto, nascondendolo e svelandolo solo in rapporto con “l’altra da sé” si trasforma in una danza, nella quale il gesto liberatorio e liberato nell’improvvisazione, non appare casuale,  ma crea un’armonia “disarmonica” che ripropone le dinamiche di un mondo, quello privato ed unico delle donne, con quel misto di gioia ed ironia, gioco ed erotismo che lo rende unico ed imprevedibile. Trasfigura e Pastorale dimostrano comunque la decisa volontà di giungere ad un equilibrio nel rapporto tra artista e pubblico, tra comunicazione e ricezione.

 

 




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29 gennaio 2006

GHIUNE' DANZA TERSICOREA

Se Ghiuné.Tra Mito e contemporaneità-percorsi al femminile, la produzione Tersicorea della compagnia Danzalabor, in scena venerdì al Piccolo Auditorium di Cagliari, avesse rispettato le promesse della locandina sarebbe stato un capolavoro. Ma non lo è stato. Perché Ghiuné è solo un saggio scolastico, molto lontano dall’idea di “spettacolo”. Perché di quel “percorso di formazione e ricerca sui testi di Euripide, Marguerite Yourcenair, Christa Wolf”, del quale si parla nella locandina, si è visto ben poco. Il video, velato da una garza bianca, è immagine priva di pathos; le danzatrici-baccanti, corpi privi di ebbrezza omicida e sincronia corale; la coreografia, esercizio privo di delirio e visionarietà. Gli unici brividi li hanno forniti: la voce (fuori campo) di Lia Careddu, che ha nell’animo le tonalità ancestrali e ieratiche del mito; il telo rosso che si dipana come un fiume di sangue attorno al corpo della danzatrice, immagine intensa ma breve; la baccante impiccata con la propria treccia al monolite kubrickiano sullo sfondo; i bei costumi “di terra e di sangue”; il danzatore Jorge Sese, l’unico ad avere percezione del proprio corpo nello spazio, da solo  e con gli altri.  

 




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29 gennaio 2006

"L'ATTESA" DELL'AMORE TRA LE VOCI DI PIAF E AZNAVOUR Unione Sarda 7 novembre 2005

Giovedì 3 novembre al Teatro Café Alfieri di Cagliari, nell’ambito del XXIII Festival Internazionale Nuova Danza organizzato dall’ASMED, con la direzione artistica di Paola Leoni, si è assistito all’intrattenimento danzato dal titolo L’attesa, regia e coreografia di Fabrizio Podaliri Vulpiani. Il danzatore, ispirandosi alla famosa fotografia di Robert Doisneau Le baiser de l’Hotel de Ville, ricrea l’atmosfera dei bistrot parigini, servendosi delle voci inconfondibili di Edith Piaf e Charles Aznavour che deliziano lo spettatore per cinquanta minuti. Fabrizio Podaliri Vulpiani danza di fronte al pubblico, eliminando la quarta parete e annullando così la distanza tra spettatore ed artista: rompe coraggiosamente quell’aura di “perfezione” ed irraggiungibilità che avvolge il danzatore, offrendosi in pasto all’occhio indagatore del pubblico. Lo spettatore cerca di seguire la trame di una storia d’amore che viene riproposta attraverso gli oggetti stereotipati di una tradizione teatrale evidentemente non ancora caduta in disuso: la maschera bianca, la valigia, l’abito adagiato sulla sedia o poggiato su un manichino, il fiore rosso. Allo stesso modo la coreografia non appare né particolarmente brillante né originale, deviando l’attenzione di chi guarda all’ascolto della stupenda “colonna sonora”, mentre la breve distanza accentua l’“umanità” del danzatore, dio ormai “caduto”. Nonostante tutto L’attesa riesce a raggiungere il suo scopo: intrattenere senza pretese d’arte, più l’orecchio che l’occhio, nell’ “attesa” che la prossima volta sia meglio.

 




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29 gennaio 2006

L'ANIMA DELL'ETERNO FEMMININO IN UNA ATMOSFERA RAREFATTA E ATAVICA Unione Sarda 18 ottobre 2005

Ingannate ed illuse. Schiave senza catene rinchiuse in prigioni invisibili. Un granello di nudità, ideato e diretto da Momi Falchi (musiche di Giancarlo Murranca e Walter Mascia, video di Elisabetta Saiu), in scena venerdì scorso al Piccolo Auditorium di Cagliari, è uno spettacolo che svela l’anima profonda dell’eterno femminino, la sua natura carnale di sangue e fango, la lacerazione tra sogni inattuabili e realtà castrante. Donne figlie della madre terra, custodi privilegiate del segreto di generazione e rigenerazione del mondo, segreto del quale l’uomo può cogliere solo un granello, quella pelle rivelata da una nudità rubata che è nudità di corpo ma non di anima. Un’anima che è anima del mondo, che si può immaginare ma non comprendere né possedere, la cui “nudità” è preclusa all’uomo (rappresentato da un ammaliante Massimo Zordan) che tenta di sottrarsi alla malia femminile per poter essere padrone e non schiavo, per avere lui il poter di “fermare qualcosa…di muovere qualcuno”. Ma la donna, santa o strega che sia, straordinaria nella sua normalità, unica nella sua molteplicità, non permette allo sguardo maschile di andare oltre quelle “viscere e il sangue” che “non fanno una nudità”, di possedere quella conoscenza che “si avvicina spesso alla verità”. Perché una “donna spogliata dei suoi vestiti” non è “una donna nuda” e nessun uomo potrà mai godere di quella nudità “completa” perché non la comprenderebbe, perché lo ucciderebbe. Sono donne erranti, quelle che Momi Falchi dipinge con elegante malinconia, donne che vagano in cerca di un luogo nel quale manifestare quella “nudità d’anima” che permetta loro di essere se stesse, libere dalla prigione dei ruoli che la società gli costruisce intorno, una gabbia senza sbarre alimentata dai sensi di colpa, dalla paura di dover soccombere e morire senza essere riuscite a trovare il proprio posto. La seduzione dolente delle danzatrici in scena (Manuela Piga, Mara Sabatini e l’intensa Francesca Massa), restituisce a queste amanti tradite, a queste spose dal cuore strappato la grandezza ancestrale della loro identità primigenia. E sebbene l’irruzione brusca ed inaspettata della parola incrini l’atmosfera rarefatta ed atavica dell’insieme, Un granello di nudità mantiene intatta la sua potente e sottile carica eversiva nei confronti di una società “maschilizzata”, che sembra aver ormai dimenticato le sue origini “femminili”.  

 




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29 gennaio 2006

TAGLIARINI ALL'AUDITORIUM, UNO SHOW SOSPESO TRA IL VERO E IL FALSO Unione Sarda 12 settembre 2005

“Tutto è al contempo vero e falso”. E Titolo provvisorio: senza titolo, lo spettacolo di Antonio Tagliarini, in scena venerdì sera al Piccolo Auditorium, è decisamente uno spettacolo in cui “il reale è più falso di una bugia detta male”. Uno spettacolo “veramente falso” o “falsamente vero”, nel quale tutto è “pulito”, “ordinato”, “ogni cosa è al suo posto” , nel quale tutto sembra quello che è o quello che forse non è. E’ compito dello spettatore capire quale sia il confine tra ciò che è vero e ciò che è falso, quale la verità, quale la bugia. Le storie narrate. Vere. False. Le lacrime. Vere. False. Le risate. Vere. False. Gli applausi. Veri. Falsi. Antonio Tagliarini. Vero. Falso. Anzi, confuso. “Sono confuso”, recita il cartello che l’attore (vero o falso?), danzatore (vero o falso?), drammaturgo (vero o falso?), si affigge al petto. E non è l’unico. Anche lo spettatore (vero o falso?) è confuso. E questo è quello che Antonio Tagliarini vuole (vero o falso?): che il pubblico sia confuso, perché la vita è confusa, perché quello che si vede non è mai quello che in realtà è, perché quello che si vuole far credere, comprare, vendere non è mai la verità, ma è qualcosa che gli assomiglia. E’ falsità ben vestita, confezionata, impacchettata, abbagliante come quel faro puntato sugli occhi dello spettatore per renderlo cieco di fronte all’evidenza. Che è quella di uno spettacolo che non è uno spettacolo (vero o falso?), nel quale l’originalità è convenzione (vero o falso?), il non sense non ha senso (vero o falso?). Titolo provvisorio: senza titolo è uno show evanescente, sottile come il confine tra ciò che è falsamente importante dire e ciò che è veramente meglio tacere, nel quale lo spettatore è invitato a partecipare mostrando una spontaneità contraffatta, frutto di una coercizione pianificata e manifesta. A chi ha visto, “l’ardua sentenza”.




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29 gennaio 2006

PER CAPIRE GLI "ORIZZONTI" DELLA NUOVA DANZA Unione Sarda 4 ottobre 2005

Si è chiuso domenica Orizzonti-Prospettive della danza contemporanea, le tre giornate (30 settembre-1/2 ottobre) di incontri, spettacoli, work in progress, proiezioni, sulle prospettive della danza contemporanea in Italia. L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra la Carovana S.M.I. di Ornella d’Agostino e SpazioDanza di Momi Falchi, nell’ambito delle iniziative promosse dal Co.R.D.I.S., si è svolta presso il Teatro La Vetreria di Pirri. Venerdì 30, all’incontro tra critici ed operatori culturali ed artistici organizzato nell’ambito del progetto La danza in luce, per discutere delle esperienze, delle progettualità e delle problematiche in atto nelle diverse realtà regionali, è seguito, presso il Piccolo Auditorium di Cagliari, Quore, lo spettacolo di Raffaella Giordano che ha aperto la rassegna Autunno Danza Festival. Sabato 1 ottobre è stata la volta de La scena agli artisti, l’incontro tra coreografi e danzatori (tra i quali Raffaella Giordano, Emma Scialfa, Enzo Cosimi), nel quale si è discusso dei percorsi creativi caratterizzanti la produzione coreografica italiana, della presenza della danza italiana all’estero e della sua capacità di dar vita a progetti competitivi in campo internazionale che privilegino l’utilizzo delle peculiarità regionali o nazionali come elementi fondamentali della creazione artistica. Alla discussione è seguito lo spettacolo di Ornella D’Agostino, La danza che spezza. Messa in scena di una ricerca, che ha chiuso la mattinata di lavori e ha “aperto” un lungo pomeriggio nel quale alle proiezioni video (tra le quali l’interessante “finestra” dell’associazione siciliana Majazé sulle artiste palermitane Giovanna Velardi, Alessandra Razzino, Maria Donata D’Urso) sono seguiti i work in progress di  tre coreografi sardi emergenti. What burns never returns di Alessandro Carboni si presenta come un lavoro caratterizzato da un estetismo fine a se stesso, che vuole far passare l’“oscurità” di senso per originalità e che necessita di un manuale di istruzioni (come quello fornito alla stampa) per essere compreso. Un consiglio: anche in un semplice esercizio è contenuto un universo, basta saperlo vedere ed esprimere. Nuages di Enrica Spada, più che ispirato agli angeli di Alberti, Rilke e Baudelaire, appare fin troppo debitore (al limite della copia) agli angeli “metropolitani” di Wenders. Un suggerimento: mai mettere in scena un’attrice forte e carismatica come Giusi Merli  se non si è altrettanto forti e carismatici. Senso Unico? di Carla Onni, se si esclude la “solita” nascita fetale, possiede una sua originalità nella ricerca del rapporto tra libertà/divieto. Una proposta: “cesellare” il movimento, soprattutto nella parte di scrittura video sul corpo, può rendere più efficace il messaggio. La serata è proseguita con l’incontro con il coreografo Enzo Cosimi, i lavori di Momi Falchi (che ha presentato un estratto dello spettacolo Un granello di nudità, in scena il 14 ottobre al Piccolo Auditorium), di Maurizio Saiu (con il cortometraggio La voce di Kabul) e di Rita Spadola e Carla Onni (Lacrime di vetro, una produzione del 2000, con le musiche originali di Paolo Fresu). Domenica 2 ottobre la conclusione presso la Palestra Assunta Pittaluga. Orizzonti è stata sicuramente un’occasione importante che ha dato vita ad un incontro/confronto diretto tra le diverse realtà regionali e nazionali e tra artisti e pubblico: un momento di crescita non solo per chi è coinvolto direttamente nell’“azione” della danza, ma anche per chi, di quella azione, è il diretto fruitore.




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29 gennaio 2006

CAPOEIRA E BRAK DANCE: LA DANZA IN SCENA A SELARGIUS Unione Sarda 6 settembre 2005

“Per mettere a fuoco un corpo devi guardare in maniera obliqua”. Uno sguardo trasversale per cogliere la complessità del movimento di un fisico “cortocircuitato” dalla danza, che spinge “un corpo sempre all’erta” al limite del movimento senza perdere l’armoniosità delle forme, ricercando un’estetica che renda arte anche il gesto più semplice e quotidiano. La voce antica di Bachisio Bandinu accompagna le prime battute de La danza che spezza. Hip hop e altro, la performance concepita e diretta da Ornella D’Agostino, in “scena” domenica scorsa nello spazio aperto di Piazza Martiri a Selargius. Uno spettacolo “della strada, delle origini, della terra da cui veniamo e a cui torniamo”, nel quale alcuni frammenti coreografici del repertorio de La Carovana interagiscono con differenti modalità espressive come la capoeira e il rap, la street art e la break dance, nel tentativo di raccontare storie di eroi antichi e moderni, vite strappate e ricucite, morti e rinascite. Ma se l’intento di creare una contaminazione tra classicità rigorosa del movimento ed improvvisazione che nasce dal profondo, tra “accademia” e “scuola della strada” appare lodevole, la concretizzazione scenica appare a tratti caotica e dispersiva, non permettendo alle spettatore di focalizzare l’attenzione sull’idea portante dello spettacolo, quella di integrazione tra differenti culture, di tolleranza e comprensione reciproca. Così “la poesia del corpo nello spazio” perde la sua valenza ispiratrice ed il suo messaggio “educativo” diviene opaco e  poco incisivo, costretto ad aggirarsi smarrito nei limiti imposti da una esibizione che ha, purtroppo, il sapore di uno show catodico preparato ad uso e consumo di spettatori “rilassati” della domenica, affascinati dall’evidente abilità dei danzatori ma poco disposti a cogliere le sfumature.

 

 




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29 gennaio 2006

RITAL BROCANTE: E TUTTO SCORRE Unione Sarda 3 settembre 2005

“Uomo, uomo, da dove vieni? Voi lo sapete da dove venite? E lo sapete dove siete?” Il merlo ha perso il becco della compagnia francese Rital Brocante per la regia di Hughes Hollestein, in scena giovedì scorso a Carloforte (e stasera a Pirri all’Ex- Vetreria), nell’ambito della rassegna Dall’isola dell’isola di una penisola, è uno spettacolo sulla ricerca di sé, della ragione della propria esistenza, della strada che ciascuno di noi è destinato a percorrere. Uno spettacolo di “cirque élevé en plein air”, dove le coordinate spaziali vengono annullate ed i punti di riferimento del teatro tradizionale esplodono in mille direzioni: l’occhio dello spettatore assiste incredulo alle “evoluzioni narrative” realizzate dai corpi plastici degli artisti in scena (Vincent Rustang Clan, Florent Bergal, François Juliot, Roberto Magro). Corpi in ascesa e discesa, che si intrecciano, schivano, fondono, legano. Corpi come passaggi segreti, storie inventate, oggetti nascosti, dimenticati e ritrovati. Corpi, precisi come ingranaggi, catene infinite che infrangono limiti e barriere, pareti e prigioni. C’è poesia in questo spettacolo, nel quale ogni gioco coreografico (creato da Martin Kilvadi) sembra facile, la vita stessa sembra facile. Dove tutto scorre senza sforzo, dove la libertà è una realtà e non un’utopia, dove è possibile trovare un equilibrio alle cose del mondo, integrandosi con esso. Lo spettatore osserva incantato questo caleidoscopio di corpi, non escluso ma partecipe, attore egli stesso, coinvolto in atmosfere antiche che richiamano un’infanzia nascosta ma non perduta, tra “merli che hanno perso il becco” e “coscine di pollo che fanno la nanna”, magico punto di partenza in direzione di un’età adulta che sembra aver dimenticato le proprie origini e smarrito la propria strada. Ma Rital Brocante offre una risposta consolatoria a questa affannosa e solitaria “ricerca del sé perduto”: “casa” è tutto il mondo (“Lo sapete dove siete? A casa”) e tutto il mondo siamo noi. Dunque non bisogna aver paura, ma farsi guidare, “dall’amore del tuo vicino che sorride”.




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29 gennaio 2006

FRANK'N'FURTER BALLA (E SALVA) "LA FEBBRE DEL SABATO SERA" Unione Sarda 8 agosto 2005

Il dizionario dello spettacolo del ‘900 definisce così la parola musical: “Se dobbiamo semplificare al massimo, il musical è uno spettacolo composto di canto, danza e recitazione e interpretato da attori, cantanti e ballerini: talvolta le tre qualifiche sono riunite in una sola persona, talvolta indicano tre gruppi diversi.”  Ne La febbre del sabato sera, in scena sabato all’Anfiteatro romano di Cagliari, di ballerini ce n’erano in abbondanza. Perché nessuno si sognerebbe di dire che Simone Di Pasquale (Tony Manero), Natalia Titova (Stephanie Mangano), Denise Abrate (Annette), Ilario Parise (Double J), Samanta Togni (Connie), Lucio Cocchi (Bobby), Andrea Placidi (Joey), Valentina Vincenzi (Doreen) non siano dei ballerini, dei bravi ballerini. Anzi, dei grandi professionisti: perché far ballare Fabrizio Frizzi, che si muove come un orso, tener testa all’intemperante Francesco Salvi, sciogliere il rigido Igor Cassina, rendere leggiadre e flessuose Anna Maria Barbera e Carla Paneca, non è un’impresa facile. Ma loro ci sono riusciti, dimostrando che un insegnante dotato di talento e sensibilità può fare dei miracoli. Tanto che l’ultima puntata di Ballando con le stelle, lo show del sabato sera su Rai Uno, condotto da Milly Carlucci, ha fatto registrare punte di ascolto del 53% di share e dieci milioni di telespettatori incollati allo schermo. Quanti di quei telespettatori facevano parte del pubblico che, sulle note di “Stayn’ alive”, “State vivi”, non solo era vivo ma addirittura scatenato, di fronte alle evoluzioni dei “magnifici otto”? Quanti, fra il pubblico, in un eccesso di generosità dettata dal rilassamento estivo e dalla voglia di divertirsi, hanno volutamente ignorato la recitazione scolastica di Denise Abrate e lo scempio canoro ai danni di Night fever, Boogie shoes, How deep is your love da parte di Simone di Pasquale, con l’apice negativo di Tragedy, che si trasforma in una vera e propria tragedia, imbarazzante per chi è costretto ad ascoltare ma anche per chi la esegue? Tenendo conto del paradosso-Titova, che nonostante le difficoltà della lingua, non ha certo sfigurato nella sua interpretazione di Stephanie Mangano, della bravura evidente dei Bee Gees (Paride Acacia, Francesco Regina, Max Giusto) impegnati nel difficile compito di sostenere e mascherare stonature al limite dell’ultrasuono e afonie improvvise, il pubblico cagliaritano ha tributato una giusta ovazione all’unico vero artista da musical in scena: quel Bob Simon (Dj Monthy) dalle movenze alla Frank’n’furter, che con Disco Inferno e Disco Duck ha segnato la linea di confine tra professionalità ed improvvisazione, sfoderando un carisma tale da polverizzare senza pietà l’inconsistente presenza dei ballerini-attori(?)-cantanti(?). La febbre del sabato sera edizione 2005 è in definitiva uno spettacolo che si regge esclusivamente sull’eccezionale Bob Simon e su un mito che, in questa nuova veste, è stato sminuito e trasformato in un contenitore di riciclaggio e sfruttamento consenziente di persone divenute personaggi grazie al potere della televisione. E pensare che in un articolo pubblicato su La Nazione, Martedì 11 Febbraio 2003, scritto da Paolo Pellegrini, il regista Massimo Romeo Piparo, nel parlare del protagonista della prima edizione del musical affermava: “Sebastien sa soprattutto ballare e cantare perché questo non è Shakespeare o Ibsen, e la recitazione conta un po' meno…io scelgo i più bravi, non i più famosi”, lanciando, secondo Pellegrini, una “frecciata alla moda italiana del musical infarcito di “presentatori e facce da tv”. Aspettando che Piparo si ricordi che è un bravo regista, speriamo che a Saverio Marconi non venga in mente di fare Grease con i ballerini della seconda edizione di Ballando con le stelle (le cui selezioni si tengono proprio in questi giorni d’agosto). Anche perché al pubblico non piace essere preso in giro, nemmeno in vacanza.

 

 




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28 gennaio 2006

RITRATTI (GIA' VISTI) DEL SUDAFRICA Unione Sarda 14 dicembre 2004

Soweto. Ghetto Bantu. Giugno 1976. Gli studenti africani si ribellano. Spari sulla folla. La libertà è soffocata col sangue. Le immagini in bianco e nero scorrono, trasportando il pubblico, silenzioso e attento, in un tempo passato che accoglie in sé il presente di un mondo in rovina. Si apre così Sudafrica, lo spettacolo  del C.R.D.L. (Mvula Sungani Italian Dance Company), in scena sabato sera al Piccolo Auditorium di Cagliari. Avvalendosi dell’apporto visivo del documentario storico, contrappunto drammatico ai corpi in movimento, lo spettacolo affronta il tema dell’incontro-scontro tra due culture, quella dei bianchi e quella dei neri d’Africa,  tra la “ afrikaner”  Lisa  e il fondatore di Black Consciousness, Steven Biko. I moduli della narrazione letteraria segnano le tappe fondamentali della presa di coscienza, da parte di Lisa, della separazione netta tra due mondi che appaiono inconciliabili, dove l’essere bianchi diviene una “maschera” che nasconde a se stessi e al mondo il raggiungimento di un  potere ottenuto attraverso la repressione e la violenza, e i momenti salienti della lotta di Biko. Una lotta dentro di sé, nei recessi nascosti della propria anima tormentata, e contro l’apartheid, in un gioco di equilibrio tra illusioni e distruzione, che si concluderà con l’assassinio del leader nero, stilizzato in un intenso passo a due, dove la morte diviene liberazione dalle catene della schiavitù. Le storie parallele della presa di coscienza di Lisa e della morte di Biko confluiscono in un grido che ha il suono della speranza, perché se l’uomo muore, non muoiono i suoi ideali e il “Biko’s dream” si avvera, frutto del sacrificio del singolo e di quanti, ancora oggi, credono nella libertà, anche a costo della vita. Una nota di demerito: una buona parte delle suggestive coreografie, tra le quali l’assolo “Sad Lisa - La scoperta di Lisa” e il passo a due “Sound of silence -Lisa nel silenzio”, costituivano la trama dello spettacolo Ritratti, in scena ad Akròama, alla fine di novembre. Cosa che, all’occhio di uno spettatore attento, difficilmente poteva sfuggire.




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