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il blog di francesca falchi


rassegne


29 gennaio 2006

IL PROGETTO ARTAUD GUARDA AL FUTURO 18 dicembre 2005

“Largo ai giovani, alle nuove leve. Lasciamo spazio agli agenti letterari, alle scritture alla moda. Io ho combattuto contro demoni e psichiatri. Ho lottato, da solo, contro la forza oscura delle parole”. Con queste parole, pronunciate da Jacques Bailliart/Artaud, il settantasettenne attore protagonista dell’intenso spettacolo Artaud, Van Gogh, a la folie, si chiude Hommage à Antonine Artaud, il progetto ideato da Massimo Michittu, che per il terzo anno consecutivo, ha visto avvicendarsi, nella sede del Teatro Alkestis (con una breve parentesi presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere) studiosi, artisti ed appassionati del controverso autore francese. Una edizione ridotta rispetto a quella degli anni passati, ma che ha comunque soddisfatto le attese del pubblico e dello stesso Michittu. “Volendo tracciare un bilancio complessivo, sono abbastanza contento del lavoro fatto in questi tre anni. Certo, mi aspettavo un minimo di partecipazione e di attenzione da parte dell’Assessorato, dal momento che in questo periodo non si fa altro che parlare di qualità. Soprattutto se si fa il confronto con  la mostra che si sta svolgendo a Milano in questi giorni (Artaud, Volti/Labirinti) ospitata dal PAC, che è stata presentata e finanziata dall’Assessore di Milano.” Ma nonostante le difficoltà economiche, Hommage à Antonine Artaud non si ferma qui. “C’è in progetto la realizzazione di un libro, nel quale confluiranno interventi e spunti di lavoro accumulati in questi tre anni, e la realizzazione di uno spettacolo dal titolo Artaud e la ballata degli elementi”racconta Michittu “Per quanto riguarda il prossimo anno”aggiunge “mi piacerebbe che il Teatro Alkestis diventasse un vero e proprio centro di studi artaudiani, un’isola nella quale far confluire diverse realtà e dove studiare quegli aspetti ancora inesplorati del lavoro e della personalità di Artaud. Sarebbe un peccato chiudere questa rassegna.” Una rassegna che ha ospitato personalità del mondo della cultura nazionale ed internazionale (Evelyne Grossman, Carlo Pasi e Marco Dotti), registi (André Labarthe), attori (Jacques Baillart) e il nipote di Artaud, Serge Malaussena, che hanno fornito, in alcuni casi, nuove prospettive di lettura interessanti e degne di ulteriori approfondimenti. Come sottolinea Massimo Michittu “quest’anno hanno convissuto due “tipologie” di “studio”: una, quella della Grossman e di Pasi, di tipo “universitario”, tesa ad analizzare “filologicamente” l’Artaud autore. L’altra, quella di Malaussena, che ha proposto un Artaud “umano”, non cupo ma sorridente, capace di amare. Tra queste due tipologie si inserisce il percorso “trasversale” di Marco Dotti, con il quale si è instaurato un rapporto di collaborazione che va ben oltre lo spazio ristretto dell’ Hommage à Antonin Artaud.” Un libro, una produzione “artaudiana”, nuovi e stimolanti percorsi di “studio”intorno alla figura affascinante e misteriosa di Antonin Artaud: questi i risultati di “tre anni di vite a confronto, di incontri tra studiosi, appassionati, curiosi”conclude Michittu “che hanno fatto del Teatro Alkestis un luogo invidiabile.”

 

 




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29 gennaio 2006

NELLA PERIFERIA DEL MONDO PER EVOLVERSI SENZA PERDERE L'IDENTITA' Unione Sarda 27 settembre 2005

Alice, Laura, Virgilio, Oreste, Dario. Alberto, Enedina, Sandro, Nello, Giuseppe. Jack, Giulia, Agneta, Igor, Franco, Giovanni Maria, Francesco. Delia, Candida, Genesia, Tiziana. Anton, Lidia, Fabiola, Chiara, Pierangelo, Arianna. Gionata, Efisio, Mario, Vittorio. Gianluca, Sara, Susanna, Leonardo. Tristan, Andrea, Riccardo, Lullo, Antonio. Artisti e abitanti. Insieme, ad Asuni, dal 23 al 25 settembre, dall’alba al tramonto fino a notte fonda, in quel laboratorio a cielo aperto, tra domus de janas e menhir, che è stato Parole e visioni intorno al viaggio, seconda edizione, ideato dal Comune di Asuni e da Su Disterru onlus di Alberto Loche, Giuseppe Loche e Antonio Rubattu. Lo scrittore Alberto Masala, direttore artistico dell’evento è soddisfatto. “Parole e visioni nasce come un progetto di azione culturale compatibile con l’ambiente, nel tentativo di portare alla luce le cosiddette “periferie urbane del mondo”: in un mondo fortemente autoreferenziale l’emarginazione produce intelligenza e ciò che viene chiamato periferico ora è centrale.” Ma non solo. “L’idea è quella di proporre Asuni come modello di laboratorio “glocal”, locale più globale. Noi sardi siamo “indios” contemporanei con radici, indios mediatici, “nativi” che devono sviluppare la loro coscienza attraverso l’arte intesa come pratica di differenziazione, di alterità ma bisogna farlo attraverso il confronto col mondo esterno, per poter “decolonizzare” la nostra mente”. Quindi non affermazione di una cultura identitaria “etnica”, nel senso negativo del termine, con l’implicazione di chiusura e conservazione statica ed involutiva, ma apertura, accoglienza del diverso per potersi evolvere senza perdersi. Ed ecco allora come il progetto dell’artista catalano Anton Roca esprime quel desiderio, quella volontaria apertura verso l’esterno: Is manos, le mani, stendardi in bianco e nero sulle facciate delle case del paese. Mani di donne, uomini, vecchi, bambini. Delicate, infantili, straziate dal lavoro, bruciate dal sole, che rappresentano una famiglia, che raccontano una storia,  “Generalmente un ritratto riproduce il viso delle persone, perché il viso è naturalmente legato all’identità della persona stessa”spiega Anton Roca “Io ho preferito ritrarre le mani, perché anche le mani rivelano l’identità delle persone, perché sono specchio del vissuto, delle aspirazioni, dei desideri. Sono andato in giro per il paese come un ambulante e chi voleva poteva farsi “ritrarre”. Alla fine degli scatti chiedevo se avevano voglia di raccontarmi un’esperienza della loro vita che li aveva toccati profondamente. Sono così diventato una sorta di custode della memoria del paese.” L’artista catalano sottolinea la particolarità del “laboratorio” di Asuni. “Asuni è un luogo di confronto, in cui l’artista deve compiere un atto di umiltà, deve misurarsi su un piano esistenziale e culturale differente. Non ci si può imporre come artisti in modo prepotente ed egocentrico: sono gli abitanti del paese che decidono se sei un artista o  se non lo sei. Loro si sono fidati di me ed io non ho tradito la loro fiducia.” Gli stendardi sono stati donati da Anton Roca a ciascuna famiglia. “In questo modo l’arte contemporanea diviene un patrimonio personale che loro hanno la responsabilità di custodire e di gestire. Così possono rapportarsi all’opera d’arte in maniera naturale e la sentono propria, come qualcosa che fa parte della loro tradizione, della loro storia”. Il paese è stato dunque il vero protagonista di Parole e visioni. Le sue case svuotate dall’emigrazione e riempite di nuove parole e nuove visioni. Casa Oppus ha ospitato le parole del giornalista Giovanni Maria Bellu e dei suoi Fantasmi di Porto Palo  quelle di Franco Fabbri, musicista e musicologo, di Francesco Abate, giornalista e scrittore e la pièce teatrale di Sara Pani, Noci di cocco. Le visioni erano quelle di Lidia Leòn e della sua installazione fotografica Mis cuerpos: mi alma, dove l’artista colombiana ritrova la propria identità fisica e spirituale ricomponendo in sé la fisicità e la spiritualità della propria famiglia smembrata e dispersa per il mondo. Casa Ricci  ha accolto le donne emarginate, vinte ma non sconfitte della poetessa Agneta Falk, le donne disgregate, sospese tra contemporaneità claustrofobica e libertà fetale di Fabiola Ledda (Bia e degradabile e Ofelia); “la lama di miele sulla lingua dell’Apocalisse” del giovane poeta Igor Costanza e la voce unica del poeta americano Jack Hirshman, che ha presentato due poesie inedite, una delle quali, The arcan of the day of the dead, composta per il trentennale della morte di Pier Paolo Pasolini. Casa Porcu-Cau è stata “animata” dalle visioni “acquatiche” della Palude occidentale di Giulia Clarkson, da quelle mitiche ed ancestrali del morfing donna-dio capra di Chiara Mulas con il suo Chiapra e dal “paradiso” di Susanna Fenude. La Domus de Janas è stato il luogo deputato alle performance musicali di Andrea Pisu e delle sue launeddas, del violoncello di Tristan Hosinger, di Gianluca Medas e Marco Lutzu, artisti che con le loro esibizioni hanno aperto sul calar del sole le tre serate di musica, voci, visioni.  La chiusura musicale/teatrale si è svolta a notte fonda sul palco dell’Anfiteatro: il 23 spazio a Riccardu Pittau  ed all’Orchestra di Asuni con 3tones_21sec; il 24 è stata la volta di Lullo Mosso e del suo grammelot acustico per contrabbasso e voce; il 25 hanno chiuso Asuni 2005 Tristan Hosinger e lo Zero Spaccato dell’attore Leonardo Capuano. Il 25 è stato anche il giorno della presentazione al pubblico dell’installazione/performance musicale di Pierangelo Galantino ed Arianna Ulian (MieLù) che hanno raccolto le voci degli abitanti, storie e suoni di passaggio, creando una sorta di memoria acustica del paese e riunendo idealmente is boxis (questo il titolo del progetto) a is manus. E in un laboratorio glocal come quello di Asuni non sono mancati i laboratori local: quello del cuoco Giovanni Fancello ha rivisitato in chiave contemporanea, con molto “gusto” e creatività le antiche ricette della tradizione culinaria asunese, quello sulla tintura naturale della lana attraverso le erbe tenuto dall’artigiana Eugenia Pinna e quello del Theatre en vol, compagnia sassarese di teatro di strada, riservato ai bambini. Parole e visioni 2005 è stato un viaggio intenso in cui arte e territorio si sono incontrati non solo per creare ma anche per discutere sulle possibilità presenti e future di fusione armonica tra ambiente e cultura, tra interno ed esterno. Un momento non di invasione ma di evasione, dove la spiritualità individuale e quella collettiva hanno coinciso per dare vita a quella situazione glocal auspicata da Alberto Masala. Il senso di Parole e visioni è racchiuso nelle parole di Anton Roca: “Ho incontrato il canto delle persone di Asuni e quel canto mi ha arricchito. Ho dato consapevolezza alle loro esistenze e loro alla mia.”




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29 gennaio 2006

TUTTE LE FORME DEL DISAGIO.QUANDO L'ARTE ANNULLA LE BARRIERE DELL'HANDICAP Unione Sarda 1 settembre 2005

“Forma che crea estetica / forma che cura”. Punti di contatto, differenze, incontro-scontro tra arte come espressione dell’io artistico e arte come terapia: questi i temi di In Differenze, il dibattito organizzato da Ornella D’Agostino e Alessandro Melis (Associazione Carovana S.M.I.) martedì 30 agosto, nella casa del Canonico Putzu a Selargius.  Un occasione di confronto tra le realtà locali, che si occupano di arte in situazioni di “diversità”, e quelle internazionali,  rappresentate dalla Sign Dance Collective di Isolte Avila e David Bower. Ed è stata proprio la compagnia inglese, formata da disabili e non udenti, nata nel 1987 con lo scopo di creare spazi per artisti disabili, ad aprire il pomeriggio con un estratto del loro nuovo progetto dal titolo But Beautiful, nato dalla collaborazione con Adam Reynolds, artista inglese affetto da distrofia muscolare, scomparso pochi giorni fa. But Beautiful, ispirato alla storia del musicista jazz Hart Pepper, rinchiuso per trentacinque anni nel carcere di S. Quintino in California, sviluppa il rapporto tra reclusione e disabilità, tra libertà creativa e limiti fisici “naturali” o “artificiali”, perseguendo l’idea dell’arte come strumento di scambio tra condizioni esistenziali diverse. L’utilizzo del linguaggio dei segni e dei codici espressivi propri della danza, del teatro e del video, è una scelta che mira a combinare l’elemento simbolico con quello narrativo, nel tentativo di dar vita a progetti originali che sottolineino l’autonomia creativa della disabilità. Dunque artisti veri e propri, progetti che non hanno funzione terapeutica ma una vera e propria valenza artistica: come Migranti, il progetto sulle diversità espressive di persone affette da disagi fisici, psichici e sociali, creato da Alessandro Mascia (Cada Die Teatro); o lo spettacolo I normodotati, tappa di un progetto quadriennale intrapreso da Massimo Zordan (Compagnia Çàjka) e dal musicista Alessandro Olla con la Asl n. 8, percorso che ha coinvolto non solo i portatori di disagio mentale ma anche le loro famiglie. E ancora il progetto presentato da Giovanna Allegri (Centro di Giustizia Minorile della Sardegna), che utilizza la musica come elemento aggregante, come momento di sintonia tra ragazzi di etnie diverse costretti alla convivenza coatta. In Differenze ha avuto il merito di creare un importante scambio di “percezioni artistiche” della diversità e delle loro concretizzazioni attraverso strumenti espressivi differenti, tra artisti normodotati e artisti che, grazie alla danza ed al teatro, hanno avuto la possibilità di  “riappropriarsi di se stessi”.




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