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il blog di francesca falchi


interviste


29 gennaio 2006

ZAZA' HASSAN, IO CANTO CON IL CORPO 7 dicembre 2005

“Cantare con il corpo”. Questo è quello che Zaza Hassan, professore di “danza orientale egiziana”, (la cosiddetta “danza del ventre”), dice alle attente partecipanti al suo seminario, tenutosi sabato e domenica scorsi presso l’Associazione culturale Afrodanza di Donatella Padiglione, allieva di Hassan. Considerato uno dei migliori maestri al mondo, fondatore di una prestigiosa scuola di danza a Parigi (il Centre Artistique Zaza Hassan ), insegnante al Piccolo di Milano ai tempi di Strelher, quando vedi Zazà Hassan la prima domanda che viene alla mente è come un uomo, che, nonostante la fisicità imponente, si muove con grazia e sensualità, possa insegnare un tipo di danza che originariamente era “delle donne per le donne”, legata a culti religiosi che propiziavano la fertilità nelle antiche società matriarcali.

Un uomo che insegna la danza del ventre. Non è un controsenso?

No. La danza orientale egiziana è fatta per la donna, ma i tre più grandi insegnanti sono maschi. I maschi possono insegnare ma non danzare. Adesso è di moda la danza del ventre per maschi, ma è un’assurdità. In Germania esistono dei corsi dove gli uomini addirittura si vestono con i reggiseni di paillettes!

Perché secondo lei molte donne scelgono di frequentare un corso di danza del ventre?

La danza orientale non serve per risvegliare l’attenzione dei mariti distratti, come molti credono. Chi frequenta un corso di questo tipo lo fa per altri motivi: perché ama questo genere di danza; perché il marito o il fidanzato sono arabi e gli vuole far piacere (anche se questo non ha molto senso!); perché lo si vuol fare a livello professionale; o anche solo per passare il tempo, perché piace l’atmosfera che si crea .

La danza del ventre ha anche un valore terapeutico.

Certamente. Soprattutto dal punto di vista dell’autostima. Io dico sempre che ogni donna ha dentro di sé la bellezza ed io durante le mie lezioni faccio degli esercizi per tirare fuori quella bellezza. Un insegnante di danza orientale egiziana deve anche essere un buon psicologo!

Un consiglio per chi vuole frequentare un corso di danza del ventre.

Questo tipo di danza è ormai diventato un business. In Italia ci sono persone che si dichiarano insegnanti anche se non lo sono. La mancanza di professionalità sta diventando un malcostume. La danza orientale è folclore ed il folclore è sacro. Il mio consiglio è quello di frequentare i centri specializzati, non quelli dove chi insegna danza jazz insegna anche “danza del ventre”.

Perché “cantare con il corpo?”

Il corpo è uno strumento. E la musica è movimento. Quando muovi bene il tuo corpo, esso canta.

 

 




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29 gennaio 2006

ARRIVA IL GRANDE INQUISITORE Unione Sarda 22 novembre 2005

Peter Brook. Classe 1925. Maurice Bénichou. Classe 1942. I fratelli Karamazov. Classe 1879. Il regista, l’attore, il testo. Un sodalizio artistico che dura da trent’anni.  Insieme ancora una volta per Il grande inquisitore, al Piccolo Auditorium di Cagliari, oggi e domani, inizio alle ore 21.00, per la rassegna Sa Janna Obelta dell’associazione Origamundi. Il grande inquisitore, che all’interno del romanzo dostoevskijano, rappresenta il vertice del pensiero dello scrittore russo sul concetto di libertà/schiavitù connesso all’idea del libero arbitrio, rappresenta, nella produzione di Peter Brook, il terzo momento (insieme a La morte di Krishna e a Terno Bokar) di una trilogia ideale sulla tolleranza religiosa. Maurice Bénichou, smessi i panni del dio scriba Ganesh ne La morte di Krishna, indossa quelli del vecchio gesuita della leggenda “quasi novantenne, alto e dritto”. Ma il suo viso aperto e franco contrasta non poco con quello “ scarno, dagli occhi infossati” del grande Inquisitore.

Ci racconti Il grande inquisitore

“E’ una leggenda raccontata da uno dei fratelli Karamazov. Ci si domanda se c’è una persona che possa amare e perdonare tutti. La risposta che viene data è Cristo. La leggenda racconta della seconda venuta di Cristo nella Siviglia del XVI secolo, ai tempi dell’Inquisizione. Cristo viene messo in prigione ed il cardinale inquisitore gli va a far visita perché vuole sapere il perché della sua presenza. Lo spettacolo si svolge in questo momento.

“Senza Dio tutto è permesso”, dice  Dostoevskij. E’ una verità?

Si può dire così ma anche il contrario. Anche con Dio tutto è permesso. Si uccide in nome di Dio.

Ma Dio dov’è? Ecco perché Dostoevskij più che parlare di Dio parla di Cristo.

Si chiede nel testo “L’uomo fu creato ribelle: possono forse dei ribelli essere felici?”.

Se si segue l’idea del Cristo, si. Perché sono ribelli contro il mondo “creato” dall’Inquisitore e sono dunque con Dio. L’uomo ribelle non può essere felice se la felicità è essere guidati ed obbligati a seguire ciò che viene scelto da qualcun altro.

“Avere soppresso la libertà per rendere felici gli uomini” può essere una soluzione?

L’Inquisitore si riferisce alla libertà di scelta. Dice che “gli uomini non potranno mai essere liberi perché sono deboli, viziosi, inetti”, non sono capaci di decidere. Lui si assume la responsabilità della scelta. E in effetti è straordinario che qualcuno decida tutto per te.

“Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere ma in ciò per cui si vive”. Lei per cosa vive?

Io vivo perché sono qua, per caso, perché non voglio morire, perché faccio ciò che mi piace. Perché ci sono dei giorni in cui credo in Dio.

 

 




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29 gennaio 2006

GIORDANO A "QUORE" APERTO Unione Sarda 30 settembre 2005

Quore è vicino. E’ spiazzante. E’ aperto. E’ sentire.” Così Raffaella Giordano ed i suoi compagni di “viaggio” (Doriana Crema, Piera Principe, Aldo Rendina) definiscono Quore-Per un lavoro in divenire lo spettacolo che oggi alle 21.00, al Piccolo Auditorium di Cagliari, apre l’undicesima edizione della rassegna AUTUNNODANZA , curata dall’Associazione Spaziodanza, presieduta da Momi Falchi. Sotto il sole infuocato di un pomeriggio cagliaritano, Raffaella Giordano, allieva di Carolyn Carlson e Pina Bausch, due volte premio della critica Danza e Danza (nel 1990 e nel1998 come migliore interprete e coreografa della nuova danza italiana), vincitrice del Premio Speciale Ubu 2000  con Quore, per il coraggio e l'intensità delle scelte coreografiche operate”, si racconta. E lo fa con gesti lenti, parole profonde, testimoniando quell’universo che si snoda, sinuoso e scattante, dentro il suo corpo asciutto da danzatrice, dentro la sua anima antica da vestale.

Qual è il filo conduttore della sua ricerca? 

In realtà i fili conduttori sono più d’uno. Le forme nelle quali mi sono espressa possono essere state diverse, come una sorta di caleidoscopio, ma i punti cardine sono sempre rimasti gli stessi. Il più importante è la persona, la condizione umana. Poi il linguaggio, la forma-danza, il gesto, perché è attraverso quello che ci esponiamo e ci proponiamo, a noi stessi, agli altri. Infine la tensione tra assoluto e contingenza, tra ciò che è più grande di noi e ciò che si colloca vicino a noi, nella finitezza del nostro corpo, nella quotidianità. Il tutto legato al momento storico nel quale sono nata e nel quale vivo, alle persone che mi hanno preceduto, a tutto ciò che è stato prima e che consapevolmente o inconsapevolmente lavora dentro di me.

Mi parli di Quore.

Quore è un grande “punto zero”. Esprime il desiderio di tornare alle forme fondamentali, il tentativo di sospendere le categorie: il bello, il brutto, il giusto, l’ingiusto. Azzerare le convenzioni sceniche, il “devo”  e “non devo fare”, sospendere il gesto in quanto tale, perdere il controllo della propria immagine: dunque non far vedere ma lasciarsi guardare, lavorare per “ammorbidire” il proprio ego. In questo senso la disponibilità dei danzatori è stata fondamentale: si sono messi in gioco, assumendo ciascuno i propri rischi, aprendo “squarci” tra sé e sé, tra sé e l’altro, tra sé e il pubblico.

Cosa hanno rappresentato per lei Pina Baush e Carolyn Carlson.

Due grandi “storie d’amore”, due donne meravigliose, fondamentali in momenti diversi della mia vita. Carolyn è stata la mia maestra. E’ lei che mi ha dato i miei primi grandi strumenti, che ha costruito il grosso del mio bagaglio. Carolyn è un essere dotato di una sensibilità cosmica, di una vastità cosmica. Pina è più tangibile, possiede un grande lirismo e un senso della bellezza delle grandi come delle piccole cose. Con Carolyn ho sperimentato le categorie astratte, con Pina le cose più vicine alla vita, le emozioni legate al quotidiano.

Un ricordo del passato, una certezza del presente, un desiderio per il futuro.

La mia faccia da bambina. Il presente. L’Incontro.




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29 gennaio 2006

LA POESIA, RIVOLUZIONE NON VIOLENTA Unione Sarda 27 settembre 2005

 

Nato a New York nel 1933, Jack Hirschman è unanimemente considerato uno dei più maggiori poeti americani. Poeta, scrittore, pittore  e attivista politico a favore dei poveri, dei senzatetto, degli emarginati, ha pubblicato, pur boicottato dal mercato culturale americano, circa 100 libri, tra poesia, saggi, traduzioni, antologie Espulso, per la sua ferma e attiva opposizione alla guerra del Vietnam, dall'Università di Los Angeles, dove insegnava (un suo allievo illustre è stato Jim Morrison) è diventato membro del CLP (Communist Labor Party) e delle sue successive trasformazioni. Ha attraversato il movimento della beat-generation (è stato amico fraterno di Bob Kaufman, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Martin Matz) staccandosene per un diverso modo di intendere l'impegno politico. Membro trainante della Union of Left Writers, fondatore e redattore della rivista internazionale Compages, redattore di Left Curve, del People's Tribune, ha anche una ampissima attività di traduttore. Vive tra gli Stati uniti, L’inghilterra e l’Italia. Ha pubblicato con la Multimedia Edizioni Soglia infinita (1993), Arcani (2000)  e, nel 2004, 12 Arcani e Volevo che voi lo sapeste.

 

“Sono nato assassinato…nato strangolato”. Chi è Jack Hirschman? La voce di un’umanità dolente e reietta?

“E’ difficile definirmi perché non possiedo esiste una costante stilistica nella mia poesia. Posso dire che sono “un vuoto con pelle intorno”, perché il mio metodo cambia in continuazione. La poesia che cita, Octorune, l’ho scritta l’ultimo anno di permanenza a Los Angeles, nel 1972, prima di trasferirmi a San Francisco. Ho tratto l’ispirazione dal canto iniziatico di una tribù di beduini, che comincia proprio così: “sono nato assassinato”. Questa poesia dà voce ad una umanità emarginata: la mia voce si intreccia con quella dell’umanità dando vita ad un’unica voce.”

“La mia poesia a raccogliere la vostra voce”, “Trasformare ogni ferita in poesia”, “Sono l’attacco di libertà ai duri di cuore e di poesia ai duri d’orecchio”. Qual’è il fine, la valenza sociale e politica della sua poesia?

“Io credo che tutti siano dei poeti. La mia lotta rivoluzionaria deve essere intesa non solo in senso politico ma anche in senso culturale: il fine è quello di rivelare che tutti sono poeti. Non bisogna cambiare solo le condizioni economiche ma bisogna cambiare soprattutto le coscienze.”

Questi versi non si riferiscono solo alla poesia come azione rivoluzionaria sulle coscienze ma anche all’amore.

“Esatto. L’amore costituisce un altro aspetto importante della mia poesia. Mi sono innamorato per la prima volta a cinque anni, di una donna tzigana che mi aveva fatto un regalo. The Warsaw Nocturne è stata scritta per una donna del ghetto di Varsavia. La donna rappresenta la resistenza degli ebrei ma nel contempo rappresenta l’amore che esiste sempre perché è radicato nella resistenza. Dunque la donna come “processo di resistenza”. Running poem è riferita al mio primo amore, una ragazza appartenente ad una tribù d’indiani d’America che vivevano nel Bronx, ma è anche un omaggio al mondo dei nativi americani in forma di litania. Mother parla appunto di mia madre, che, essendo una donna molto modesta, non si è riconosciuta in queste parole. Ma il riferimento è più ampio, fino a comprendere una sorta di madre “universale.”

Il poeta è “qualcuno di fondamentale…il custode umano..il vero capo dello stato delle cose ancora forse umane”?

Somenthing basic è una poesia scritta per gli operai, quindi si riferisce essenzialmente a persone e cose fondamentali per l’esistenza, a ciò che è necessario, nel senso più materiale del termine, per fare andare il mondo: senza queste persone o cose il mondo si fermerebbe. Certamente tra le cose necessarie è possibile inserire la poesia, che è la cosa più potente del mondo perché è l’unica cosa che non si può comprare. Dunque è qualcosa di “inutile” nel mondo dell’utilità.”

“L’avere il cuore infranto” è ciò che serve per essere poeti o anche solo per essere umani , dal momento che “siamo umani senza essere umani”?

 Path è una delle poesie più importanti. E’ la incorporazione poetica della filosofia di un mistico, Dov Baer, che spiega il percorso per giungere all’estasi, a Dio. Il cuore infranto è il primo passo, lezione d’umiltà e sincerità d’intento il secondo. Queste cose aprono l’anima all’estasi in forma d’arte, di poesia. E siccome tutti abbiamo avuto almeno per una volta il cuore infranto, tutti abbiamo compiuto questo primo passo. Il cuore infranto è  “l’inizio di ogni vera accoglienza”: tutti riceviamo delle cose , anche se il grado di ricezione e dunque di consapevolezza varia. Nel mio caso io non scrivo, io  sono ciò che scrivo.”

“La felicità è sepolta viva”. Dunque la felicità non esiste?

“Non proprio. Io parlo della felicità come una cosa che appartiene al passato, che non esiste più ma nel contempo è viva, “sepolta viva”. La felicità è la chiave ma è una chiave sepolta, è qualcosa che , come la poesia, può essere avvertita e riconosciuta solo dall’“orecchianima”.

La giustizia (del popolo) è una “palla” infilata “per un momento…nel foro di un palo di un parchimetro che è stato rimosso”. La giustizia per lei è qualcosa che esiste ma solo per un istante.

“La giustizia perfetta esiste solo nella mancanza/assenza di qualcosa. La giustizia è casualità, è istante. Mi piace prendere una cosa piccola, istantanea, come nel caso di questa immagine di The ball ed amplificarla fino a comprendere me stesso, il mondo, come se l’istante possa diventare qualcosa di grande. Come la felicità, anche la “monumentalità del quotidiano” è scomparsa.”

Cosa intende per monumentalità del quotidiano?

“Un esempio di “monumentalità del quotidiano” è Ladri di biciclette di Vittorio de Sica. De Sica non era un regista grande come Fellini o Pasolini, ma in quel film è riuscito ad esprimere perfettamente quella che io definisco “monumentalità del quotidiano”. E’ la “monumentalità” del quotidiano che dà l’avvio alla rivoluzione: quando l’umanità arriva a riconoscerla e a comprenderla, allora prende coscienza del fatto che può cambiare il mondo.”

“La paura nucleare ha riportato indietro Dio dalla morte”. Che tipo di Dio?

“Ogni tipo di Dio. Io sono ateo: quando ero giovane anche io credevo che Dio fosse morto. A diciotto anni ho preso coscienza del fatto che la mia religione fosse l’arte. E così è ancora. Questa “resurrezione di Dio” alla quale assistiamo in questo millennio non ha niente a che fare con la fede: è solo paura della distruzione nucleare.”

Riuscirà l’umanità a costruire “un mondo cooperativamente accordato come uno strumento costruito e suonato da tutti”?

“Ho letto Millennium di fronte ad un gruppo di cinquantacinque rappresentanti di sindacati di altrettanti paesi del mondo. Questo è il mio sogno, ma credo sia anche il sogno della gente del mondo.”

In chi o in cosa si riconosce Jack Hirschman?

“Riconosco me stesso nell’azione contro il fascismo. Noi tutti sentiamo che la scrittura è un atto forte, potente ma solitario. Venti anni fa ero più militante. Ma quando vedo che il mondo si muove “contro”, io mi sento eccitato. La poesia è legata alla rivoluzione, soprattutto a quella culturale, una rivoluzione non violenta, ma comunque forte, in grado di muovere le coscienze.”

Una parola o un aggettivo per definire: Crane

“Profetico.”

Joyce

“Il miglior orecchio che scrisse.”

Hemingway

“Azione poetica.”

Living Theatre

“L’ultimo grande teatro negli Stati Uniti.”

Mayakovsky

“Rivoluzionario.”

Artaud

“Polemista delirante.”

Ginsberg

“Calore della guerra fredda.”

Pasolini

“Un creatore completo.”

Il jazz

“Come io soffio.”

La cabala

“Non solo Madonna ma uomo.”

La Beat Generation

“Il mio vecchio jeans.”

Il comunismo.

“Il futuro indistruttibile del mondo.”

 




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29 gennaio 2006

FESTIVAL SENZA SOLDI MA CON TANTI AMICI Unione Sarda 7 settembre 2005

“C’è gente che ha bisogno di esistere: gli artisti hanno bisogno di vivere”. Queste parole di Susanna Mannelli, direttrice artistica de Dall’isola, dell’isola, di una penisola, la Rassegna internazionale di musica, cinema, teatro e danza, organizzata dall’Associazione Bötti du Scöggiu, che si è tenuta a Carloforte dal 31 agosto al 4 settembre, esprimono il senso di questo “incontro” tra artisti provenienti da tutto il mondo e popolazione. Giunta alla nona edizione, la rassegna è divenuta ormai un punto di riferimento importante al quale la Mannelli non ha voluto rinunciare. “La fatica di quest’anno è stata tanta. Avevo addirittura deciso di prendere un “anno sabbatico”, ma alla fine ho deciso che la rassegna ci sarebbe dovuta essere lo stesso”. Le difficoltà sono state soprattutto di tipo economico: il taglio del cento per cento dei finanziamenti da parte del Comune di Carloforte, che ha preferito investire sul Girotonno 2005, ha creato non pochi problemi. “Certo, ci vogliono i soldi per fare le cose bene, ma è soprattutto una questione di qualità”. E la qualità c’è stata: le Storie del mare nostrum di Mario Brai, Il merlo ha perso il becco, il nuovo spettacolo della compagnia francese Rital Brocante, le “magiche sonorità” di Talam, di Gavino Murgia e Francesco Sotgiu, i percussionisti senegalesi Guney Africa, il concerto delle napoletane Assurd, la rassegna video curata da Chicco Angius, i burattini di Rahul Bernardelli, gli artisti di strada Luca Tosi e Simone Orrù di Vitamina Circo, “in trasferta” con l’Associazione Ludibus Macondo, l’esposizione delle opere del progetto Arte aperta. “Dall’isola è un festival di amici: partecipano non solo gli amici che vengono “da fuori” ma anche gli amici dell’isola, che hanno sempre risposto con entusiasmo. Perché qui la gente risponde: l’importante è chiamare forte”, sottolinea Susanna Mannelli, presente anch’essa con la nuova produzione della compagnia Cronopius, da lei fondata, dal titolo Ricordi di pane. “Per la realizzazione del video contenuto nello spettacolo, un piccolo film muto, in bianco e nero, che narra la storia di Demetra e Demofonte, ho potuto contare sulla disponibilità “passiva” dei luoghi ma anche e soprattutto su quella “attiva” della gente del posto”. Perché la Mannelli, in questi quindici anni da “cittadina dell’isola”, è divenuta una figura importante per la realizzazione della fusione tra la cultura tradizionale carlofortina e quella contemporanea. “Io non ho un “ruolo”, non mi piace “avere un ruolo”. Mi sono trovata, senza accorgermene, a fare da “conduttore”, e sono così riuscita a mettere insieme delle cose diverse tra loro e a fare in modo che funzionassero”. Ed in questi nove anni, tra assestamenti continui alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra l’isola e la manifestazione artistica, “il paese è cresciuto ed io con lui. Perché, come diceva Pasolini, per iniziare a capire qualcosa devi capire tutto”. E Susanna Mannelli ha capito che “le utopie possono diventare realtà”, perché crede che “possa, sempre e comunque, accadere qualcosa”: e lei è riuscita a fare accadere “qualcosa”, “qualcosa” di importante.

 

 




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29 gennaio 2006

UN BORGHESE GENTILUOMO IN SARDEGNA Unione Sarda 11 agosto 2005

“Il borghese è un uomo che vede le cornici ma non vede i quadri”. Così Orlando Forioso, regista della prima delle tre produzioni del Teatro Stabile di Sardegna, Il borghese gentiluomo di Molière, che debutta stasera alle ore 21.30 a Nora, all’interno del Festival La notte dei poeti, definisce il protagonista. “In questa commedia-balletto“racconta il regista “la drammaturgia presenta una struttura debole, in quanto pretesto per i numeri di danza e musica: ma è proprio questa debolezza che offre la possibilità di sperimentare e fornire così una rilettura contemporanea dell’opera, mantenendo però intatta quella critica sociale alla quale Molière non rinunciava mai”. Non vi rinuncia neanche Orlando Forioso, che trasporta l’azione nella Sardegna degli anni ’70, riprendendo le atmosfere della “commedia all’italiana” tipica di quegli anni. “Molière non fa altro che riprendere le maschere della commedia dell’arte e renderle personaggi, “sottolinea Forioso” ed io non vengo meno a questo principio. Ciascun personaggio mantiene intatta la propria “maschera” e la propria “parlata”. Il protagonista, Pietro Giordano, è un agricoltore, un pastore sardo, e la lingua sarda, “imbastardita” dall’italiano, diventa il punto centrale di un’operazione il cui scopo è il mantenimento dell’identità.” Identità che il personaggio principale disconosce “mascherandosi”, nel tentativo di elevare se stesso acquisendo i valori falsi ed effimeri dettati da una società che fa della vacuità e dell’apparenza i suoi pilastri. Si circonda così di una corte di maestri-parassiti che offrono il loro “sapere” per contribuire a realizzare il suo sogno: l’ingresso nello star system, in quel mondo kitsch di luci e paillettes, dove tutto sembra perfetto. “Anche se alla fine questa maschera che ha costruito crolla, Pietro Giordano non è una vittima: lui ha ottenuto quello che voleva. In questo cammino di “conoscenza” il suo atteggiamento è di meravigliosa scoperta e Cesare Saliu, con quel suo misto di ruvidità e candore, incarna alla perfezione questo “borghese gentiluomo”. Come d’altronde gli altri attori del Teatro Stabile di Sardegna “Era una vecchia idea fare uno spettacolo tratto da un’opera di Molière che potesse inglobare l’intera compagnia” conclude Forioso” ed Il borghese gentiluomo si è rivelato la scelta giusta”. Certamente “una scelta rischiosa”, come tende a precisare, preferendo rinunciare alle forme stereotipate e ripetitive di un allestimento classico, pur mantenendo intatto il “messaggio” di Molière: il fallimento che deriva dal rifiuto della propria identità, dal voler essere ciò che non si è. Questo allestimento, con i costumi e le scene di Franco Bonetti ispirati alla Pop-art, è una scommessa. Stasera si saprà se Orlando Forioso l’ha vinta.

 

 




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29 gennaio 2006

LE VECCHIE E IL MARE NELLA SERA DI S. IGNAZIO Unione Sarda 27 maggio 2005

“Non vincenti ma viventi”. Il regista Orlando Forioso definisce così i personaggi femminili, protagonisti de Le vecchie e il mare, libero adattamento del testo del poeta greco Jannis Ritsos, in scena dal 29 al 31 maggio nella insolita e suggestiva cornice del Fortino di S. Ignazio a Calamosca. “I monologhi in forma poetica sul mito sono una costante dell’opera di Ritsos” spiega Forioso. “In questo caso si tratta di un monologo per più voci: sette anime di sette vecchie, sette aspetti di un’unica “mater” mediterranea, che tentano di recuperare il senso della loro vita, le proprie storie personali, i propri ricordi corrosi dal tempo. Le interpreti (Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Fulvia Carotenuto, Marilena Monti, Isella Orchis, Maria Grazia Sughi e Elena Ledda) sono esse stesse rappresentanti di varie “mediterraneità”: la “sardità” delle attrici del Teatro Stabile di Sardegna convive armoniosamente con lo spirito siciliano di Marilena Monti e le radici partenopee di Fulvia Carotenuto”.  Uno spettacolo nel quale i moduli del teatro antico vengono rievocati e attualizzati: la vicenda storica contemporanea (la dittatura dei colonnelli in Grecia, simbolizzata dal filo spinato e da strutture di ferro simili a cavallette) e quella personale di fuga e d’esilio di Ritsos, un Ulisse privato del nostos, si insinuano nel microcosmo delle vecchie in attesa del ritorno dei loro uomini. “Sono donne che attendono su una banchina di un porto, su una spiaggia, un luogo qualunque nel quale lo sguardo si perde nel mare. E mentre aspettano cercano di recuperare la “loro” storia, i rapporti con quegli uomini “assenti”, fantasmi come loro, anime di un tempo che fu, ma che non si rassegnano a perdere del tutto”. E il rito diventa il modo per colmare quei vuoti di memoria che le assalgono. “Il rituale” precisa Forioso, “è una parte fondamentale della struttura dello spettacolo perché è il momento in cui le donne recuperano la memoria collettiva di un’umanità che si regge sull’elemento femminile, con la sua funzione naturale di generazione e conservazione della specie. Sono madri, figlie, sorelle, sono la mater per eccellenza, Maria, sono il passato, il presente, il futuro del loro mondo e del Mondo. E’un rituale che si snoda tra sacro e profano (la corona di spine del Cristo coesiste con la maschera della Sartiglia), la cui sonorità è quella della purezza delle origini, senza tralasciare la devastazione dolorosa del presente. Queste donne sono microcosmi che costituiscono la struttura del Macrocosmo, microstorie che fanno la Storia.” Cosa succederà a queste donne in attesa non è dato saperlo. “Il teatro origina domande, ma non fornisce risposte. Quelle le dobbiamo trovare da soli.” conclude Forioso. E allora si provi a cercarle insieme a sette donne che in una sera di fine maggio, al crepuscolo, quando il sole si adagia sconfitto dalle tenebre che incombono e il mare raccoglie gli ultimi lampi del giorno, urlano tutta la loro angoscia di fronte a quel muro d’oblio che inghiotte il mondo di un tempo, il mondo di oggi, consapevoli che la battaglia non è perduta finché c’è la forza di lottare.




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28 gennaio 2006

GISELLA BEIN "UNA SOLITUDINE CHE SPEZZA LA VITA" Unione Sarda 11 marzo 2005

Dalla madre “irregolare” di Più di mille giovedì. La storia delle Madres de Plaza de Mayo alla madre “regolare” di Niente più niente al mondo, dalle casalinghe “soggetto politico forte e autonomo, forza morale rispettata in tutto il mondo” alla casalinga succube della miseria morale e della “nuova povertà” di valori, stimoli, occasioni. L’attrice Gisella Bein “sfida” ancora una volta la scrittura di Massimo Carlotto e domenica 13 marzo alle ore 18.30 nel foyer del Teatro Alfieri si confronterà col pubblico cagliaritano in una sorta di prova aperta, proponendo la prima fase di studio su Niente più niente al mondo, ultima “creazione” dell’autore padovano.

La collaborazione con Massimo Carlotto l’ha portata a lavorare su due tipologie differenti di madre: la madre “assassinata” nell’amore filiale di Più di mille giovedì  e quella assassina di Niente più niente al mondo. Che percorso ha seguito?

Dopo il lavoro sulle madri di Plaza de Mayo, sentivo l’esigenza di collaborare ancora con Massimo. Avevo voglia di “raccontare” un’assassina. Ciò che divide queste madri è la consapevolezza. Se le prime avevano assunto su di sé, dopo un’attenta riflessione, la lotta dei figli, facendo un lavoro di presa di coscienza politica, nella seconda non c’è traccia di discorso politico, di riflessione, ma solo una rabbia sorda: il suo parlare è un vomitare parole in modo continuo, inarrestabile. Ho dovuto affrontare un lavoro complicato di “scarnificazione”, nel tentativo di “recitare il vero”, di creare una dimensione reale: il pubblico deve avere la sensazione di spiare dal buco della serratura la vita di questa donna.

 “Tra le mamme e le nonne hanno retto solo quelle che hanno deciso di lottare unite. Le altre si sono spezzate”. Cosa si è spezzato nella protagonista di Niente..?

E’ la solitudine che la spezza. Nelle Madri c’era consapevolezza politica e unione, si facevano forza le une con le altre. L’anonima protagonista di Niente è completamente sola. Non ha amiche, non socializza, non parla con il marito, non parla con la figlia. Vive in una totale solitudine. Si rapporta solo con la televisione: vive la vita degli altri ma non la sua, perché la rifiuta, riversando le sue aspettative “tradite” sulla figlia.

 Ne Le irregolari “quando parli con le madri, senti parlare i loro figli”: in Niente.. madre e figlia parlano linguaggi diversi.

 In realtà madre e figlia non parlano. Lei dice: “Io e la bambina stiamo sempre in silenzio davanti alla tv”. E’una donna priva di sovrastrutture culturali e sociali. Possiede solo delle sovrastrutture “mediatiche”: vuole imporre alla figlia il modello di vita proposto dalla tv e il fatto che la figlia non lo accetti  fa esplodere la sua rabbia.

 Se le telenovele degli anni ’80 e ’90 erano svago e finzione, ora sono reali: si spacciano come vere storie di talenti scoperti per caso, di gente “comune” che diventa “famosa”, alimentando le speranze e i sogni di persone che vivono nella miseria. C’è crudeltà nello spacciare come vere storie che in realtà sono costruite a tavolino?

E’ spaventoso. Massimo parla nel libro della storia di Costantino, che è una storia  realmente costruita. Le telenovele non erano pericolose, perché la gente era consapevole della finzione. Ma adesso c’è chi crede a queste storie “finte”. Anche la madre di Niente.. ci crede e l’effetto su di lei  è devastante.

“Ho una paura maledetta della vecchiaia”, dice la protagonista. E Gisella Bein di cosa ha paura?

 Lei ha paura della vecchiaia e, inconsapevolmente, della solitudine che è legata ad essa. Io non sono una coraggiosa. Ho paura di tutti. Ma, come lei, ho paura della solitudine. Quella è una cosa che mi fa davvero paura.




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28 gennaio 2006

L'ULTIMO DIO, INTIMA STORIA DI UN ESILIO RICERCATO Unione Sarda 24 febbraio 2005

E’ un’ascesa dantesca all’Empireo contemporaneo e quotidiano verso L’ultimo dio in versione radiodramma, il reading che lo scrittore Emidio Clementi proporrà domenica 27 febbraio alle ore 18.30, nell’ambito della rassegna Alfieri Express a Cagliari. Scrittore, musicista, affabulatore, a Clementi non piace che Emanuel Carnevali, scrittore italiano esule nell’America degli anni ’20, venga definito il suo alter-ego, ma accetta la proposta di un Virgilio-guida, che gli ha insegnato “a “vedere” le cose, a vivere in modo “selvaggio” la quotidianità”. Un incontro che ne ha segnato la formazione artistica, un parallelismo d’esperienze e di vita che ha il sapore di una reincarnazione. “All’inizio, L’ultimo dio doveva essere un romanzo sulla vita di Carnevali, scrittore che ha costituito, per un certo periodo della mia vita, un riferimento importante.” Ma la biografia è diventata un’autobiografia, in cui la storia di Mimì-Emidio si intreccia con quella del “Primo dio” Carnevali, punto di partenza e approdo, in un ricamo continuo tra il sé e l’“altro da sé”, specchio gemello ma opposto. “Ho sempre pensato a come sarebbe stato l’incontro tra me e Carnevali. Probabilmente ne sarei stato spaventato. Nonostante i punti in comune, ci sono cose di lui che non condivido: ad esempio la visione romantica del genio. Carnevali era uno che spesso non portava a termine i lavori che gli venivano commissionati. Intascava i soldi e spariva. Io avrei lavorato dodici ore al giorno pur di tener fede ad un impegno.” L’ultimo dio è la storia di un “esilio” consapevole, non coatto come quello di Carnevali, che è ricerca di un vissuto che diventi “naturalmente” scrittura, sia essa canzone, racconto o romanzo. “Il mio è stato un esilio ricercato. Ma non credo di avere avuto un percorso diverso da quello di tante altre persone della mia generazione. Quello che ho fatto in questo romanzo è raccontare le mie esperienze. E’ più difficile per me inventare una scena che raccontare ciò che conosco o che ho vissuto”.  L’ “esule” Mimì, che non tornerebbe mai a vivere a San Benedetto del Tronto (“dopo venti anni di assenza è come se quei luoghi avessero perso la loro verginità. O semplicemente non ho voglia di tornare perché niente di quello che c’è mi appartiene più.”), offre al pubblico cagliaritano il resoconto del suo “viaggio di formazione”, mettendo se stesso al centro della scena. “Non sono un attore. Ma ho portato in scena tutti i libri che ho scritto, perché mi piace suggerire le emozioni attraverso la lettura diretta. In questo caso duecento pagine diventano un racconto a tappe della durata di cinquanta minuti.” Musicalità delle parole e “verbalizzazione” dei suoni, tessuti in diretta da Massimo Carozzi, sulla voce dai toni pacati e rassicuranti del Clementi narratore. “Mi piace l’idea del “teatro musicale”. E’ un incontro che funziona.” Come quello tra Emanuel Carnevali, morto urlando la sua divinità unica e primigenia, la cui giovinezza “non è che rimpianto e follia”, e Emidio Clementi, che di quella giovinezza ha raccolto l’eredità dolorosa ed immortale, come un marchio di fuoco perpetuo e rigenerante.




permalink | inviato da il 28/1/2006 alle 19:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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