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Diario
29 maggio 2010
ETTY HILLESUM PROJECT
ETTY HILLESUM PROJECT
Con la collaborazione del
Comune di Cagliari
Teatro Civico in Castello
TEATRO CIVICO IN CASTELLO-CAGLIARI
12 giugno 2010
ore 21.00
Prima Nazionale
Fueddu e gestu
IL LUPO E IL CIELO SPINATO. LA FAVOLA NERA DI ESTHER H.
di e con Francesca Falchi
installazioni Fabiola Ledda
costumi Edith Maria Delle Monache
Musiche originali Ennio Atzeni
regia
Giampietro Orrù
info e prenotazioni
070.677.7660
teatro.civico@gmail.com
Lo spettacolo è sponsorizzato da
Gli amici del Centro Commerciale I Gabbiani-Capoterra
Gli amici della Scuola
di Canto e Musica Voice Power- Selargius
Gli amici della Pasticceria
Eden-Capoterra
Gli amici dello Zen-Sesta
fermata –Poetto-Cagliari
L’amico di Advanced
System
Gli amici di Crastulo
| inviato da auroratomica il 29/5/2010 alle 17:55 | |
9 marzo 2010
INDAGINE SULLO SPIETATO PALLINO

Le cose non si considerano per quel che sono, ma per
quel che appaiono.
Baltasar Gracián
“Siamo
tutti pagliaccetti ballerini. Sorridiamo ma abbiamo gli artigli”.“Indagine
sullo spietato Pallino” è tutta qui. Nella frase pronunciata da Dogstone, uno
dei quattro personaggi che raccontano “una delle storie di Pallino”. Rivelare
la natura di Pallino significherebbero svelare il mistero che è alla base della
intelligente scrittura drammaturgica realizzata da Valentina Fadda ed Angelo
Trofa, protagonisti insieme a Felice Montervino e Vanessa Podda (i quattro
costituiscono il Gruppo Batisfera) di questo originale spettacolo andato in
scena il 6 ed il 7 marzo al Piccolo Auditorium di Cagliari. Ma tacere
equivarrebbe ad eludere il significato dell’ “essere Pallino”,
indipendentemente dalle sue fattezze giocoso/gioconde: Gran Maestro di
efferatezze ignobili ed innominabili, Pallino è il quinto attore “muto”, il
fattore silente della trappola nella quale cadono tre ladruncoli, suoi ex
complici (Eva, Kingo e Mortzine) ed il signor Dogstone, vittime consapevoli e
conniventi di un gioco al massacro che si conclude “esplosivamente” in
tragedia. Ciascun personaggio definisce se stesso in rapporto a Pallino, come
se la propria esistenza acquistasse un senso solo se riferita costantemente a
questo essere-simbolo che racchiude in sé, nell’apparente innocenza, il male
assoluto. L’amore, il tradimento, la fedeltà, la devozione totale ed
incondizionata sono i sentimenti che ruotano attorno a questa presenza/assenza,
a questo “fantoccio” che diviene importante e pericoloso perché quelli che lo
circondano lo definiscono tale: il pensiero sull’essere, rende l’essere reale,
dimenticando l’apparenza, mistificando l’essenza. E nel manicheismo dei costumi
(bianco/nero=bene/male) interrotti dalla straripante demenza rosso-rosa di
Dogstone (il bravo Angelo Trofa), inseriti in una messinscena efficace e
minimalista, (frutto della sorprendente creatività di Salvatore Aresu) si
consuma questa tragicommedia che rispecchia la quotidianità corrente:
ingannati, sfruttati, terminati, gli esseri umani cercano delle risposte al
proprio agire, ai propri fallimenti, ai propri sensi di colpa. Se Eva decide di
tradire per sopravvivere (una Valentina Fadda sensualmente “noir”), se Kingo
utilizza la violenza fisica per scoprire la verità (un “cinematografico” Felice
Montervino) se Mortzine si arrovella indecisa tra la vendetta ed il perdono
(una “schizofrenica” Vanessa Podda), se Dogstone si sente “qualcuno” idolatrando
un altro, lo spettatore non può che essere indulgente: questi personaggi,
intrappolati in una vita dove ciascuno ha perso la propria identità,
sacrificano tutto per riappropriarsi di se stessi, per tornare ad essere liberi
di essere, vivere, credere in qualcosa di migliore. I “pagliaccetti ballerini”,
i cui artigli sono da troppo tempo spuntati, sono stanchi di sorridere. Piuttosto
che continuare a ballare come fantocci, preferiscono rischiare. E se il prezzo
per quella libertà, per quell’essere ciò che si è senza maschere è la morte,
che morte sia. Anche se il male trionfa.
INDAGINE SULLO
SPIETATO PALLINO
spettacolo teatrale di Valentina Fadda e Angelo
Trofa
con Valentina Fadda, Felice
Montervino, Vanessa Podda e Angelo Trofa regia Gruppo Batisfera
voce registrata Elio Turno Arthemalle
scene e costumi Salvatore
Aresu
disegno luci Basilio
Scalas
tecnico luci Lorenzo
Perra
tecnico audio Emanuele
Masillo
| inviato da auroratomica il 9/3/2010 alle 23:28 | |
13 gennaio 2010
L'enigma cannibale-l'antropofagia come fenomeno culturale

Si muove agile l’autore tra uno dei misteri più affascinanti e terribili del genere umano: quel nutrirsi del proprio doppio, dell’altro da sé che è fratello nella nascita umana, nell’anima e, soprattutto, nel corpo. La narrazione unisce la precisione dell’analisi scientifico-antropologica al mistero del romanzo d’avventura, che vede in Robinson Crusoe di Defoe il capostipite per eccellenza. Capovolgendo la figura del “buon selvaggio” di Rousseau, protagonista del saggio di Sitzia è il selvaggio che divora il proprio simile, un assassino cosciente e consapevole secondo la cultura occidentale, un individuo inserito perfettamente nella propria cultura, secondo l’autore. Un libro accessibile che propone un approccio letterario ad un argomento complesso ed eticamente difficile da “digerire”. Marco Sitzia L’enigma cannibale-l’antropofagia come fenomeno culturale Sala Diamante-La Vetreria –Pirri Sabato 16 gennaio 2010 ore 17.00 Edizioni La Riflessione 10 euro
| inviato da auroratomica il 13/1/2010 alle 16:55 | |
10 dicembre 2009
DETEMPEST
DETEMPEST
Fragile my
crystal ball shattered on the ground Fragile
la mia sfera di cristallo frantumata a terra
Fragile-Lacuna Coil
Scivola tra le mani eterea senza peso la sfera di
cristallo che racchiude dentro sé quel mondo fatto della stessa materia dei sogni fragili pronti a frantumarsi se sfiorati dal
reale prosaico. Ed è prosaico e poetico insieme questo universo cartoon che Sergio Piano traccia nel suo
Detempest andato in scena venerdì 4
dicembre 2009 alla Vetreria di Pirri. Questo Piano-Prospero, che prospero lo è
sul serio nell’offrire agli spettatori, attenti e presenti i suoi allievi,
quegli “intrepidi monelli” che in questi tempi, in cui i warholiani 15 minuti sono troppo pochi, si muovono nell’ombra: poco
appariscenti, per niente presenzialisti, insufficientemente presuntuosi, questi
giovani attori costituiscono patrimonio confermato (vedi per
amore di sarah) di un
teatro che senza rombi di tuono si avventura per strade difficili e oltremodo
battute, creando spettacoli di rara intensità. Siamo ancora lontani da una
certa pulizia formale (a volte gli equilibri di palco si perdono qua e là e
certe forzature interpretative, come l’Ariele di Alice Corgiolu e il Calibano di Valeria
Stori, nonostante la buona volontà delle attrici, sconfinano nella macchietta
piuttosto che nel grottesco shakesperiano) ma d’altronde si tratta ancora di
una “indagine” che promette ulteriori mirabolanti sviluppi. Nondimeno certe
intuizioni (perché definirle “trovate” significherebbe sminuire il valore delle
stesse) lasciano segno indelebile per una certa spontanea “genialità”: la Sicorace di Carla Demuro è esilarante, confinata in un
quadro dal quale non dovrebbe mai uscire, perché quel contrasto tra la mobilità
“limbica” (nel senso di limba sarda)
del personaggio e la costrizione fisica è vincente; la scena degli innamorati,
protagonisti i bravi Alessandro Vacanti (Ferdinando) e Sara Scioni (Miranda), è
un gioiello di inventiva, esaltata dall’espressività dei due attori,
comicamente tragici/tragicamente comici in un bianco e nero “a colori” che cita
abilmente, senza tradirli, i capolavori del
cinema muto delle origini. E in un continuo gioco di rimandi, citazioni ed
autocitazioni ecco la vera rivelazione della serata: Eliana Ruvioli (Trinculo-
Sebastiano) e Michele Maggio (Stefano- Antonio), bravi nel ricordare/ricordarci
le velleità rocambolesche di Totò e Peppino, i desideri impacciati di Troisi e Arena,
le vaghezze inesplorate di Cochi e Renato e bravissimi nel trasportarci dentro
quella sfera di cristallo ovattato dove tutto si crea e niente si distrugge, dentro
quel teatro dove l’attore e non l’orpello scenico (che troppo spesso nasconde
la mediocrità ma non la rimuove) fa lo spettacolo, dentro quella dimensione che
annulla il tempo e che ti fa dire, quando tutto finisce, che è troppo presto,
che ne vuoi ancora, che ne hai bisogno, perché ti fa rendere felicemente conto del fatto che c'è
ancora qualcuno in grado di rendere concreto il sogno.
E che sogno/reale-reale/sognato sia, in questo
presente dove le vite si frantumano all’alba.
DETEMPEST
Indagine
su Shakespeare
Con
Sergio Piano (Prospero), Alice Corgiolu (Ariele),
Alessandro Vacanti (Ferdinando), Sara Scioni (Miranda), Eliana Ruvioli
(Trinculo- Sebastiano), Michele Maggio (Stefano- Antonio), Valeria Stori
(Calibano- Nostromo), Mara Patierno (Capitano), Carla Demuro (Sicorace)
scene e costumi Eliana Ruvioli e Sara Scioni audio Marco Vincis
regia Sergio Piano
| inviato da auroratomica il 10/12/2009 alle 16:22 | |
29 giugno 2009
Grazia Dentoni la sacerdotessa del conflitto
Donne comuni fuori dal comune DALLA SABBIA DEL DESERTO ALLA PIETRA DEI NURAGHE Grazia Dentoni la sacerdotessa del conflitto 
L’attrice e performer Grazia Dentoni ritorna alle origini, manipolando la sottilissima sabbia del deserto del Negev e restituendole la consistenza dura, compatta della pietra dei nuraghe, conservando intatta la memoria ancestrale dell’uno per rinnovare quella altrettanto antica e misteriosa dell’altra. E lo fa con un progetto che prende il nome di Nuraxia 2009-Pratiche di Teatro, una residenza per artisti in terra sarda, che si snoda attraverso la storia magica ed in parte sconosciuta che ruota attorno al Nuraghe Arrubiu ad Orroli, utilizzando come punto di partenza, in direzione di un arrivo ancora tutto da creare, i Racconti della nuragheologia di Raimondo Demuro. Dieci giorni (dal 28 giugno al 7 luglio) durante i quali sette artisti selezionati da varie parti del mondo e della Sardegna (Antonella Usai –Torino/India; Nicola Piredda –Sassari;Alexandre Correa-Brasile; Efisio Fois-San Gregorio; Augustine Namatsi Okubo -Kernia; Battistina Casula-Sennori; Sabrina Congiu-Siurgus Donigala) verranno immersi nella magia del luogo apprendendo i segreti e le pratiche teatrali di quella “santa drammaturgia” dell’arte e dei luoghi della quale Grazia è creatrice e profetessa. Come nasce il progetto Nuraxia Nasce cinque anni fa con la lettura de I racconti della Nuragheologhia di Raimondo Demuro. In questo progetto la pratica del racconto si intreccia con quella del canto Andimironnai, che è un’invocazione a Venere. Questa invocazione è stata punto di partenza per la stesura di un atto unico teatrale, ambientato nel Nuraghe Arrubiu e che si svolge tra il 3005 avanti cristo e il 2008 dopo cristo. L’argomento principe di questo testo è la ricerca dell’identità. Perché il Nuraghe Arrubiu Una storia di famiglia. Mio bisnonno ha scoperto il nuraghe e ha lasciato una mappa dettagliata della sua struttura che poi, una volta che il nuraghe è stato dissepolto e dunque riportato alla luce, si è rivelata esatta. Un nuraghe sette artisti undici insegnanti (Grazia Dentoni, il maestro Felice Cassinelli, Giancarlo Murranca, Momi Zanda, Zia Zaira Prasciolu, Enrico Euli, Mario Mereu, Angelo Sirigu, Paoletta Dessì, Basilio Scalas e Loich Hamelin) cinque conferenze dieci giorni: numeri che non sembrano scelti a caso per qualcosa che più che a un progetto “artistico” assomiglia ad un rituale magico. La creazione di un rito è infatti lo scopo di Nuraxia. Insieme con Manuela Uccheddu, che con me ha ideato questo progetto, abbiamo deciso di coinvolgere tutte queste persone non solo per condividere un’esperienza di “riconoscimento” ma anche perché si possa comporre un rito, durante i dieci giorni di pratiche teatrali (riservate agli artisti ospiti), che ponga al centro l’artista come “tramite”, in grado di lavorare sull’idea del conflitto, inteso in senso assoluto, e sulla sua possibile risoluzione. Riportando il nuraghe a quella che io reputo la sua funzione ancestrale, e cioè quella di “incubatore”, i sette artisti verranno condotti “dentro” la struttura nuragica e gli verranno fornite una serie di informazioni scientifiche, storiche e metafisiche, etc. Queste “parti” di conoscenza, una volta ricomposte, ricreeranno una circolarità della sapienza che permetterà all’artista di recuperare la sua funzione di tramite. Nuraxia è in sé una “sfida” culturale: persone differenti tra loro che si confrontano offrendo ciascuna il proprio sapere particolare per originare una unità nella frammentarietà. Cosa ti aspetti da Nuraxia Di essere all’altezza del percorso, che si crei uno scambio tra gli ospiti, che tutto quello che prenderà vita in questi giorni possa avere la giusta risonanza. Nuraxia è frutto di una politica culturale che ha riconosciuto il valore di un progetto legato al territorio. C’è stato un momento in cui il progetto sembrava non dovesse realizzarsi a causa di qualcosa di molto prosaico e poco “magico”: la mancanza dei fondi necessari alla sua attuazione. Ma la dottoressa Michela Melis è riuscita all’ultimo momento a trovare i soldi ed oggi posso dire che Nuraxia, grazie alla sinergia che si è creata tra le persone che in questo progetto hanno creduto fortemente, è stato “misticamente” finanziato. Dal deserto del Negev al nuraghe Arrubiu. Cosa lega questi due luoghi Innanzitutto la ricerca costante, che fa parte della mia poetica artistica, della “santa drammaturgia” cui si unisce il lavoro che porto avanti da tempo che mira alla risoluzione del conflitto collettivo. Nuraxia sviluppa quella parte della “santa drammaturgia” che interessa il lavoro sulla memoria. Guardi ciò che è stato prima di te, i conflitti che si ripetono nelle generazioni e le modalità di risoluzione. A questo si aggiunge l’idea della residenza, che degli artisti passino del tempo lavorando insieme senza avere avuto, sino al momento dell’incontro, rapporti personali tra di loro. Cosa porti dal deserto e cosa hai lasciato nel deserto. Porto un’apertura spaziale e metafisica, legata all’apprendimento di elementi appartenenti alla Kabbalah. Il comporre con il corpo le lettere dell’alfabeto ebraico fa parte del traning fisico di Nuraxia. Nel deserto ho lasciato la prima scuola di circo palestinese, il sogno (realizzato) dell’attraversamento del muro. In una zona dove il conflitto è preponderante, io, che risiedevo in Israele, ho creato qualcosa in Palestina, assolvendo a quella famosa funzione di “tramite” che deve essere propria dell’artista. Il concetto “tramite” in Nuraghia assume anche un senso temporale: l’artista come tramite tra i nuraghe nella loro epoca e oggi, cercando di affermarne la funzione originaria di “incubatori” e, volendo, di “tramite”: nuraghe deriva da nur –ag che significa “torri della luce”. Luce divina, luce della scienza, luce della conoscenza. Per scoprirlo appuntamento il 7 luglio al calar della sera al nuraghe Arrubiu ad Orroli, per la performance finale di questo rituale di sapienza e magia in terra di Sardegna. infoananche@gmail.com http://ananche.cagliariannunci.it/
| inviato da auroratomica il 29/6/2009 alle 20:31 | |
25 maggio 2009
AURORATOMICA 2009-LA VEDETTA
AURORATOMICA 2009-LA VEDETTA
Nemica astiosa d’ogni giuoco infantile e individuale (anche laddove, puerilmente inconscia, simula un qualche interesse estetico), la donna resta schiava-soubrette dell’escremento social-mondano, naturalmente vittima asservita al quotidiano capriccio della tirannia delle plebi
Carmelo Bene

Osservare. Il flusso cangiante la moda imperante la stupidità invadente. Poi destarsi dal torpore causato da un cortocircuito insospettabile (sicura che fosse poi così insospettabile?) che ha obnubilato ottenebrato ostruito i canali d’accesso creando inimmaginabili (ma sei proprio sicura che fossero così inimmaginabili?) ricorsi ritorni repliche ingiallite da secoli di sensazioni emozioni visioni incanutite incattivite per l’eccessivo oblio. E quando ti sei destata ti sembra di aver dormito ere che tutto sia tornato ai primordi delle origini in un present continuous che è flashback inabilitato al flash forward perché non sarebbe altro che un reiterato trapassato (ma sempre attuale) remoto.

Stai lì in silenzio con i pensieri che prendono la rincorsa auspicando una breccia al posto del solito muro pronta all’affabulazione intelligente acuta alla critica costruttiva feroce ma propedeutica quando ti rendi conto che quel reale che credevi di avere superato inducendo un coma profondo delle sinapsi creative è ancora lì intramontabile come la pastina al brodo di dado come la borsa dell’acqua calda sulla schiena il bagno al mare con i tappi di gomma per non bagnarti le orecchie (altrimenti l’otite perforante ti perfora anche al cervello lobotomizzandoti attraverso la membrana timpanica già provata dalle stupidaggini ascoltate ininterrottamente per 38 anni 6 mesi più sette mesi e due settimane di gestazione perché le orecchie appaiono dopo un mese mezzo) i calzini di lana ai piedi prima di andare a letto (in caso di assenza di coscia maschile bollente penitente masochista) l’olio abbronzante al monoi la mutanda comoda (cosa hai sotto? Sei in ordine? Perché se non sei in ordine e ti succede qualcosa che figura ci fai? Come se mentre mi contorco dal dolore dopo essere rimasta vittima di un incidente che non mi ha solo spettinato ma spezzato la prima cosa della quale si preoccupano quelli del 118 è se sono depilata e se ho il coordinato in pizzo e stecche di balena) inestirpabile come i dubbi le paure le incertezze le manie le paranoie che noi donne subiamo evidenziamo nascondiamo manipoliamo inverosimile come questa vita bieca che ti guarda storto che aspetta il crollo emotivo fisico dialettico per ricordarti che niente di quello che credi di possedere di avere raggiunto conquistato è tuo né lo sarà per sempre.

Consapevole. Consapevole che se decido di ritornare a quello stato sospeso in cui la lingua è muscolo inerte il cervello materia inanimata il cuore una pompa motrice meccanica funzionale sognare è inutile. L’utilità del sogno risiede nel suo tentativo di realizzazione. Ciò che rende il sogno sognabile è la sua reale realizzazione. Ed ecco allora come la consapevolezza della concretizzazione di fantasie scaturite da un onirico poliedrico ricco interessante diventa spinta all’azione. Consapevole dell’azione fattiva del sogno. Il reale sognato diviene sogno reale il parlato afasico suono lacerante il pensiero onirico azione creativa. L’osservazione cessa. L’azione principia.
www.dentroterapia.com
www.inunastanza.com
www.eccezione.ilcannocchiale.it - l’altro lato dell’atomica (donne e lavoro-donne al lavoro I edizione premio drammaturgia per monologhi al femminile scadenza 23 giugno 2009)
auroratomica 2009-la vedetta
| inviato da auroratomica il 25/5/2009 alle 19:57 | |
11 luglio 2007
PAROLE E VISIONI INTORNO AL VIAGGIO 2007
Is manos-Anton Roca
| inviato da auroratomica il 11/7/2007 alle 23:57 | |
13 giugno 2007
GIUSY CALIA L'OFELIA DEL MONDO NUOVO

Io so dove Giusy Calia guarda. E so anche quello che Giusy Calia vede. Vedo ciò che si riflette nei suoi occhi attraverso il mondo che restituisce nelle sue opere fotografiche. Io l’ho incontrata per caso due volte, ma lei non mi ha incontrata mai. E’ nata a Nuoro nel luglio del 1971 ma chissà quante volte ancora rinascerà questa artista, delicata e potente, nella quale la femminilità ha sapore d’antico e il mondo ha i tratti del sogno doloroso e sospeso del Calderón pasoliniano. Vela Giusy Calia corpi e luoghi di un alone mitico, eludendo l’inutile caos della contemporaneità per una terra ignota e perduta fatta di silenzi e sussurri, di segreti e di grida, di rinascita e rigenerazione anche nella fissità della morte e nella dimenticanza dell’isolamento. Rivela Giusy Calia quel limite sottile che separa e fonde il genio e la follia, che scava solchi nell’anima e nei corpi, corrompendoli nella carne ma preservando intatta la purezza atavica dello spirito. Svela Giusy Calia il mistero dell’umanità che seppur dolente e perduta non smette di lottare né di sognare.
-Quando eri bambina volevi essere…
Da piccola volevo essere un’esploratrice. Ero completamente affascinata dall’Africa e dalla civiltà Maya. In realtà avrei voluto diventare tantissime cose. Il mio passatempo preferito era quello di viaggiare con la fantasia. Sognavo tantissimo!
-Definisci una fotografa in positivo e in negativo(!)
In negativo potrei definire una fotografa che si nutre delle “disgrazie” altrui per fare le sue foto.
In positivo, una fotografa che mette in luce il disagio degli altri senza approfittarsene, con un occhio di riguardo. So che il limite è sottilissimo!
- Cosa rende grande la fotografia e cosa la rende piccola
Rende grande la fotografia la possibilità di cogliere un istante unico irripetibile. L’opportunità tramite questo linguaggio di raccontare tantissime storie, di poter arrivare al cuore di tutti, in modo immediato, senza fraintendimenti di ogni sorta.
La rende piccola l’utilizzo che se ne fa, soprattutto in alcuni circuiti, in alcuni ambienti, soprattutto in Italia.
-Il percorso pittorico/fotografico ideale: tre personaggi che vorresti fotografare/tre pittori ai quali ti sei ispirata
Uno di questi personaggi sono riuscita a fotografarlo (è stata una gioia grandissima): parlo di Alda Merini la mia poetessa preferita, una donna con la quale ho collaborato per poter scrivere la mia tesi. Sai, per quanto riguarda gli altri due personaggi, purtroppo penso che siano foto impossibili, poiché non ci sono più. Mi riferisco alla grande scrittrice Virginia Woolf e alla bravissima fotografa Julia. M. Cameron. Per quanto riguarda tre pittori ai quali mi sono ispirata, guardando il lavoro sulle Ofelie è di facile intuizione riconoscere la mia grandissima passione per la confraternita dei prerafaelliti e tra questi: John Everett Millais e J.W.Waterhouse, entrambi hanno raffigurato in modo sublime il dramma dell’eroina shakesperiana! Adoro i simbolisti. Mi piacciono i metafisici,De Chirico fra i primi, Manritte, Dalì. Credo che a livello visivo molti di questi autori hanno influenzato in modo forte i miei paesaggi onirici e le suggestioni fotografiche.. In realtà non saprei esattamente chi scegliere.
-Cosa vorresti che dicessero di te e cosa invece vorresti non dicessero mai
Che le mie foto possono emozionare e che non suscitano nessuna emozione.
-La fotografia che vorresti fare e quella che non faresti mai
Sai credo che sia una scelta assolutamente naturale. Ho per fortuna la possibilità di fotografare solo ciò che mi piace. Quando non riesco a fotografare (parlo a livello di semplice ispirazione) ometto di scattare. Credo che questa però sia la posizione privilegiata di chi si serve di questo strumento non per lavoro ma per passione personale (ho un modo di scattare del tutto emozionale). Generalmente non scatto mai quando non sento quel forte impulso che mi dice “è questa la tua immagine!”.
-Testimoniare o rivelare/svelare: quale la funzione della fotografia
Entrambe. Mi piacciono molto queste due parole. Se poi le vogliamo utilizzare con accezione filosofica sono bellissime e le trovo entrambe molto adatte per descrivere la funzione dell’immagine fotografica.
-La carta stampata o i musei: quale il luogo ideale di una fotografia
Per la fruizione la carta stampata: mi piace che la foto parli possibilmente ad un pubblico sempre più vasto e meno selezionato dei musei. Non amo gli intellettualismi e i sofismi di genere. Mi piacciono le persone del “quotidiano” che ti dicono questo mi piace e questo no. Chiaramente penso ai vari luoghi della fotografia, oltre ai musei e alla carta stampata. Spazi espositivi carenti che non ti permettono ampia espressione. Ci vorrebbero più luoghi, soprattutto in Sardegna.
-Se non avessi fatto la fotografa saresti stata..
Io non sono una fotografa, o per lo meno, non sono solo quello. Ho proseguito i miei studi e ora sto finendo un dottorato in letterature comparate ad Arezzo ( Siena) e mi sto occupando di Follia tra immagine e parola. Vivo in un luogo di confine, a metà strada tra le visitazioni delle immagini e i limiti delle parole e viceversa.
-La fotografa perfetta è quella che..
Esiste? Non lo so….
-La foto perfetta è quella che..
È quella che non farò mai…….
- La Sardegna, L’Italia o….
Amo la Sardegna. Adoro Nuoro la mia città, anche se da anni sono di adozione sassarese, ma credo che come possibilità lavorative- espressive purtroppo la Sardegna- e ormai anche l’Italia- hanno poche offerte. Mi piacerebbe lavorare all’estero per poi vivere nella mia Isola.
-Una citazione, una frase, un verso che ti accompagna nella vita
“Ho conosciuto Gerico,ho avuto anch'io la mia Palestina,e le acque limpide del Giordano. Le mura del manicomio erano le mura di Gerico e una pozza di acqua infettata ci ha battezzati tutti.” Un frammento della bellissima poesia di Alda Merini che mi ha accompagnato continuamente quando ho fatto i miei reportage all’interno degli ex manicomi. Mi ha aiutato tanto a capire che di quei luoghi spogli e senza vita- luoghi di delirio e di morte- qualcuno ne ha cantato tutto il dramma, vivendolo in prima persona. Oltre alla macchina fotografica, portavo con me questo non facile fardello di dolore, che una voce così illustre è riuscita a cantare (e che ha dato voce a chi voce non ha mai avuto).
-Una persona che per te è un punto di riferimento importante nel lavoro/nella vita
Una? Direi tante, e, per non far torto a nessuno chiamo questa “gruppo uniforme”che vive nel mio cuore: “Affetti”, senza i quali non so cosa sarei diventata.
-Un ricordo del passato
Mia nonna paterna e il suo lungo scialle nero. Avvolta all’interno del suo abbraccio di lana, assistevo alla novena di Natale. Bellissimi profumi di pane e di incenso …….
-Una certezza del presente
Panta Rei, dalla frase di Eraclito: “Tutto scorre”.
-Un desiderio per il futuro
Non perdermi mai di vista- e non perdere di vista chi amo
-Lascia un messaggio per chi c’è stato, per chi c’è, per chi ci sarà.
Una semplice frase? La vita è meravigliosa………
| inviato da auroratomica il 13/6/2007 alle 20:21 | |
11 maggio 2007
DONNE COMUNI FUORI DAL COMUNE

MAURA GRUSSU LA CARMEN DEL TEATRO SARDO
Maura Grussu incarna la bellezza archetipica della donna sarda. Quella bellezza intensa, lo sguardo che non fa sconti, le labbra morbide ma tese, capaci, a seconda dell’istinto o del momento, di sfiorare o divorare. La voce di questa attrice e danzatrice (di flamenco, altro non poteva essere), suadente e appena velata, ha il potere di incantare: è difficile sottrarsi ad essa e chi ne rimane vittima sa che ad un certo punto niente, che non siano le parole pronunciate da quella voce, ha più importanza. Così come i gesti o il sorriso, che, quando viene offerto, ha il potere rigenerante di una lama di luce. Parlare con questa giovane artista, che ha al suo attivo numerosi spettacoli (è l’anima “femminile” dei Fueddu e gestu) che spesso la vedono protagonista, è un’esperienza unica: perché entrare nel suo mondo è un privilegio ed ascoltarla parlare di sé è qualcosa che ti resta nel cuore per sempre.
Quand’eri bambina volevi essere…
Non l’ho mai saputo. Ricordo che disegnavo e incidevo figure ovunque, mobili, muri, pezzetti di gesso. Ricordo che odiavo l’idea di fare la maestra. Forse non m’interessava diventare “grande”.
Definisci un’attrice in positivo e in negativo
In positivo è una che ha un tumulto, un energia interiore che il teatro può ordinare. Un caos.
Una che sente una necessità forte di avviare un lavoro di conoscenza su se stessa.
In negativo se l’attrice costruisce se stessa assecondando esigenze che non riflettono le sue, quelle più vere.
Cosa rende grande il teatro e cosa lo rende piccolo
Grande quando è capace di contenere elementi profondi dell’umano che le altre discipline non riescono a esprimere, quando le contiene tutte ma se ne distingue
È piccolo quando è asservito alle necessità di consumo o politiche, quindi non libero.
Il percorso teatrale ideale: tre personaggi che avresti voluto/vorresti interpretare
Quello ideale non lo conosco. Mi piace confrontarmi con personaggi forti, capaci di grande sacrificio, sofferenza, di follia e dolcezza, di correre, danzare cantare: Antigone, Salomè, Carmen. La leggerezza credo sia un risultato di tutta un esperienza.
Cosa vorresti che dicessero di te e cosa invece vorresti non dicessero mai Che ciò che ho fatto nell’interpretazione ha emozionato, coinvolto, comunicato ai sensi e al cuore dello spettatore. Vorrei che non si dicesse che sono io, Maura, ad agire e non il personaggio.
Lo spettacolo che rifaresti e quello che non rifaresti mai I vecchi spettacoli sono parti che restano in me per alimentare quelli nuovi, quando è capitato di rifarne qualcuno a distanza di tempo mi sono resa conto che è cresciuto dentro di me e allora la sensazione è la stessa che provo per uno nuovo. Rifarei un personaggio per verificare una crescita. Non rifarei lo stesso spettacolo se significasse tornare indietro.
Se non avessi fatto l’attrice saresti stata..
Una balorda tossicodipendente, scherzo! No, per gli studi che volevo intraprendere, senza parlare d’arte, potevo essere un architetto o un buon designer, per il lavoro sarebbe stato conveniente oggi, ma infelice. La maestra no, l’ho gia detto, mi piace apprendere non insegnare…
Una via di mezzo tra una zingara, una barbona: un clown, si, forse sono ancora in tempo!
Il regista perfetto è quello che..
Gioca e si mette in gioco continuamente, che si predispone all’ascolto. Che sa creare quel mondo di equilibri all’interno del quale l’attore vive e manifesta la propria verità attraverso il personaggio in assoluta libertà (la verità che passa attraverso la maschera e non nel quotidiano) che ti costruisce una maschera che ti permette di liberare le tue potenzialità. Che ti chiede “-di più!”, e ti fa crescere;
Il superamento dei propri limiti ti fa sentire appagato, altrimenti il lavoro è inutile.
Il testo perfetto è quello che..
Quello che possiede un linguaggio simbolico e fa scattare dentro di te dei meccanismi e delle realtà che non avevi ancora avuto l’opportunità di rivelare a te stessa.
L’attrice perfetta è quella che..
Non sa di esserlo e lo è quando è capace di creare un vuoto dentro di se per accogliere il personaggio e diventare altro. … il vuoto.. ma senza caderci dentro…
La Sardegna, L’Italia o….
Il sogno che riesci a costruirti nella realtà.
La lingua o la “limba”?
Quella che mi corrisponde, prima il cuore: sa limba, poi la cultura, le altre. E se ottengo nutrimento dalle altre culture lo porto alla terra del cuore e lo faccio crescere con me.
Una citazione una frase un verso che ti accompagna nella vita
la poesia mi da immagini che sintetizzano versi. Resistono nel tempo l’albero e il vento, dall’antologia di Spoon River la prima e da uno zingaro la seconda:
“io che mi prendevo cura della serra/ innamorato di alberi e fiori vedevo spesso da vivo quest’olmo ombroso,/ misurando i suoi ricchi rami col mio sguardo/ e mi fermavo ad ascoltare le sue foglie vibranti di gioia,/ che teneramente si strusciavano/sussurrando dolci al soffio del vento./ e bene potevano permetterselo:/ perché le radici erano cresciute così tanto/ in estensione e in profondità/ che il suolo della collina,/aumentato dalla pioggia e riscaldato dal sole/ non potevano trattenere neanche un poco delle sue virtù, ma le cedeva tutte alle rigogliose radici/ che le assorbivano e le spingevano per il tronco/ e da lì fino ai rami, e alle foglie,/da cui la brezza prendeva vita cantando….” (Samuel Gardner, Antologia di Spoon River: Edgar Lee Master)
“voglio attraversare la terra/ nascosto e sconosciuto/ come un viandante nella notte/ e attraversare a nuoto il fiume della vita/ contro corrente / con il vento in faccia.” (Libertà: Yulak, zingaro)
Una persona che per te è un punto di riferimento importante nel lavoro/nella vita
Il mio progetto di vita si è mescolato al progetto di teatro del gruppo di cui faccio parte, lo sento mio, perciò i miei compagni tutti, ma sopra a tutti il regista Giampietro Orrù. Gli devo anche tanti altri punti di riferimento che ne sono conseguiti, ma il lavoro quotidiano al suo fianco è una continua fonte per nuove ricerche, il lavoro quotidiano non và sottovalutato.
Un ricordo del passato
Quattro anni. Io che scrivo e disegno le lenzuola con una penna biro blu, e quando volto il cuscino dall’altro lato per cercare altro spazio, mi rendo conto che è gia pasticciato e mi chiedo: ma sono stata io?
Una certezza del presente
L’amore per quello che faccio.
Un desiderio per il futuro
Non essere costretta per fare teatro a diventare una “burocrate”.
Avere una casa-laboratorio in cui muovermi con maggiore libertà.
È ambizioso ma essere utile agli altri attraverso il mio lavoro
| inviato da il 11/5/2007 alle 19:7 | |
4 aprile 2007
VOCI NEL BUIO
VOCI NEL BUIO
“Datemi una maschera e vi dirò la verità” (Oscar Wilde)
Voci nel buio, la produzione 2007 del Teatro Laboratorio Alkestis, tratto da due opere del rumeno Matéi Visniec, per la regia di Pascale Aiguier, si mantiene su quella linea seguita dalla Ccompagnia che assume su di sé il difficile compito di formare nuovi attori secondo le direttive del teatro di ricerca e sperimentazione (Per amore di Sarah) e metterli in scena dopo uno studio attento ed accurato. I giovani protagonisti che prestano il corpo fisico e “sonoro” alle “voci” di Visniec sono appunto giovani. Troppo giovani. Davide Piludu, Valentina Angius, Laura Solla, Josto Luzzu, Giuseppa Salidu sono sulla buona strada (con un punto in più per Laura Solla il cui “uomo-pattumiera” è più di una voce che si perde nell’aria ma una realtà, a tratti vivida e molto convincente) ma non sono ancora in grado di sostenere quel misto di orrore e macabra ironia che caratterizza i testi selezionati e di provocare nello spettatore quel “sentimento del contrario” tanto caro a Pirandello, quel riso cui segue la riflessione e che tramuta l’ilarità in pietà. L’uomo di Visniec, che sdrammatizza la propria ineluttabile distruzione e quella dell’umanità intera, che si perde dentro e fuori di sé, che si inventa macchine improbabili per cancellare le tracce del male interiore che proietta sul mondo, è troppo difficile da affrontare per chi, da quel male, è stato appena sfiorato, che vede il mondo come una proiezione continua di un sé che ancora ha un futuro, che non concepisce la fine della vita perché ancora troppo vicino all’inizio della stessa. La scelta registica dell’essenzialità si addice solo a chi ha una grande esperienza ed è capace di evocare mondi con un semplice sguardo: ecco così che la decisione di mimare gli oggetti non risulta vincente perché poco precisa, così come il palco vuoto e gli abiti rigorosamente neri, che mortificano la “visione” dell’insieme. L’accademismo eccessivo dell’eloquio e dei gesti costringe gli allievi ad assumere atteggiamenti rigidi ed innaturali, a “preoccuparsi” di cose “inutili” come il rumore dei tacchi sulle tavole del palco o ad effettuare “le pause giuste al momento giusto”, assumendo “tempi artificiali” a scapito di quelli “reali”. Pascale Aiguier dovrebbe “lasciare liberi” i suoi talentuosi allievi, privilegiando l’ironia al posto della “serietà”, limando gli eccessi (la voce della simpatica e frizzante Valentina Angius è totalmente fuori controllo), eliminando i gesti “meccanici” (di cui fa le spese il “teatrale” Davide Piludu) e poco credibili (il cecchino del bravo Josto Luzzu è un tripudio di “nonsense” gestuali, dalla lattina di birra al modo in cui imbraccia il fucile e prende la mira) e le pause “ad arte” che enfatizzano e non rendono “reale” la surrealtà dei testi e dei personaggi (la Nikita “quasi” cattiva di Giuseppa Salidu). Voci nel buio sembra, in questa fase, un saggio “di fine corso”. Ma è indubbio, che grazie alle notevoli potenzialità del giovane ensemble possa diventare uno spettacolo interessante se, quanto detto sopra, verrà interpretato come un consiglio e non una critica feroce. Cosa che, a causa della scarsa intelligenza dei molti e della umiltà dei pochi, capita spesso.
VOCI NEL BUIO
Tratto da
Le théatre décomposé ou l’homme poubelle e Attentino aux vielles dames rongeé par la solitude
di Matéi Visniec
con Valentina Angius Josto Luzzu Davide Piludu Giuseppa Salidu Laura Solla
regia di Pascale Aiguier
30-31 marzo -1 -2-3-4 aprile 2007
Teatro Alkestis Via Loru 31 Cagliari
| inviato da il 4/4/2007 alle 20:26 | |
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