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il blog di francesca falchi


Diario


8 novembre 2014

GUIDO MARIA GRILLO-Vademecum trasversale per cantautore liquido

GUIDO MARIA GRILLO

Vademecum trasversale per cantautore liquido


[...] E l’aria sarà un mare di stelle/cadrà su noi pioggia di perle [...]

                                                                     da Ferite di Guerre- Guido Maria Grillo

Amo molto girare le città che non conosco, in totale solitudine.

Anche perché alcune sono di per se stesse compagne d’avventura, nel momento in cui le vai a scoprire, sia visitandone i luoghi noti, sia addentrandoti in quelle vene sconosciute che rigurgitano umanità e suggestioni, nascoste ed invisibili.

Una breve tournée mi ha portato il mese scorso a Parma e a Pisa che, in questo viaggio di lavoro, si sono stranamente allineate, congiungendosi attraverso due individualità lontane per temporalità ed origine ma decisamente vicine per sensibilità e temperamento.

Durante la visita alla mostra Amedeo Modigliani et Ses Amis allestita al Palazzo Blu di Pisa, che ricrea l’universo del pittore e scultore livornese, restituendone l’anima suggestiva e tormentata, non un quadro ma alcune parole di Modì, stampate sui muri che ne accolgono le opere, mi hanno riportato a Guido Maria Grillo.

Dalla cima della montagna nera, il Re./ Colui che viene eletto per regnare, per comandare/ versa lacrime di coloro che non hanno potuto raggiungere le stelle/ e dalla scura corona di nuvole cadono delle gocce e delle perle/ sul caldo eccessivo della notte.

Il cantautore salernitano, che vive da un decennio a Parma (città che ho amato subito per il suo essere lugubre, decadente e malinconica) con la sua scrittura tattile, che restituisce un vissuto a volte subito in prima persona, altre agito dall’umanità che indossa dopo averla osservata, si è sempre composto immaginificamente nella mia mente come il Re di Modigliani.

Guido Maria Grillo è stato investito di un talento che non sempre è una benedizione per chi lo possiede, ma è fardello che comporta responsabilità e privazione.

Perché se la visuale è privilegiata, il raccontare i propri simili da quella visuale ti costringe ad essere fuori ma privo dell’involucro difensivo dell’oggettività, perché tu SEI quelli che racconti, sei FATTO di loro. Non vi è alcuna via d’uscita, sei occhio e corpo, sei unità frantumata in individualità diverse, contrastanti, che amano/odiano se stesse e te, convinte che lo stare in alto esima dal guardare in basso.

Questa è la benedetta maledizione dei poeti che raggiungono le stelle, assumendo su di sé il livore di chi quelle stelle le agogna ma non le sfiora, di chi non sa che quelle stelle sono fulgore e prigione, realizzazione e castigo.

Di Modigliani Guido Maria Grillo ha il temperamento che arde occulto, scontrandosi con una fisicità asciutta ed algida, che quel temperamento a stento contiene e trattiene. E questo ardore lavico è parola ustionante anche quando si rivela all’improvviso filo di ghiaccio tagliente: perché la sua voce, nella quale convivono le gelate invernali ed il calore suadente dell’estate, restituisce la dualità di un sentire visionario e concreto, imprevedibile e rigoroso.

Andare a vedere questo artista è come girovagare in una città che svela e rivela a suo piacimento, tenendoti in bilico tra mistero ed innocenza, tra luoghi comuni e meraviglie improvvise, tra ragione e sentimento.

Un Re troppo umano per comandare ma che ha accettato di regnare perché in lui la responsabilità dell’altro è più forte di quella verso se stesso.

Perché chi è poeta non è padrone di sé ma servo degli altri.

Ed ogni parola scritta è un frammento che perde per nutrire il cammino dell’umano, fino al sacrificio che è gioia e consunzione, fino ad essere polvere dimenticata nella carne del mondo.

http://www.guidomariagrillo.com/



14 settembre 2014

IN ATTESA/DIS-ATTESA/ INATTESA



Mi raccomando fate piano. Non voglio negare questa esperienza al mio braccio.                                                                                                                                  Elisabetta


Può sembrare paradossale ma è stato necessario lasciar correre del tempo per poter affrontare quello che è accaduto.

È stata necessaria un’attesa.

Perché dover formalizzare sia pure graficamente l’intensità di accadimenti singoli che si incastrano in un unico grande avvenimento non è cosa da poco.

Perché la singolarità e dunque l’unicità di ciascuno merita di essere trattata con delicatezza amore e devozione.

Perché quelle unicità fondendosi sia pure per un breve lasso di tempo (il cui scorrere può apparire minuscolo di fronte ad un eterno così poco attento nei confronti di un umano che sopravvive alle ingiurie del tempo che ora cristallizzato ora furtivo quell’umano lo compone e lo lacera a suo piacimento) hanno consumato un’attesa che le aveva inevitabilmente intrappolate in un vissuto reiterato senza scampo alcuno.

Adesso con lo sguardo perso in una memoria che ne ha attenuato gli spigoli dolorosi per rivelare uno scheletro emozionale che riluce ed abbaglia ho deciso che l’attesa era finalmente finita.

Ringrazio così quelle entità umanamente singolari che hanno con la loro fragilità adamantina tracciato i contorni di un sentire condiviso pur nella molteplicità di accaduti differenti che sebbene spaventati dall’immensità di fronte alla propria finitezza e fallacità hanno accettato di mostrare una nudità fetale che è quella della propria anima che si confronta con l’inaspettato l’incomprensibile l’ineluttabile.

Ringrazio chi ha con attenzione guidato il nostro cammino in un buio immobile e denso ricucendo le stramature accidentali impreziosendo le speranze disadorne e rinnovando con perizia i tessuti emotivi usurati.

Ma affinché niente vada perduto comprese le parole che coraggiosamente ciascuno ha detto/immaginato come in una espiazione che non ha niente di punitivo ma è preludio di un radioso rinascere dalle polveri immunizzate da un dolore ormai trascorso vi regalo le mie di parole.

La mia di attesa.

Un ultimo passaggio per potere finalmente essere quella me che ho murato viva perché non fosse uccisa da quell’attesa che si è rivelata un martirio e che da oggi depone le croci ed i chiodi per restituire la sua carne ad un nuovo fluire.

24 agosto 2014 domenica ore 15.55

Ho imparato ad essere paziente

L’attesa l’ho sempre riempita con l’azione

Perché ho rispetto del tempo che NON scorre per lasciarlo languire in un’assenza

(intesa come “in-azione”)

che lo farebbe apparire “inutile”

L’azione non è sempre qualcosa di meccanico

(nel senso che implica un movimento “da”>”a”)

ma a volte è solo un movimento mentale

un pensiero

un riflettere

un’immaginare

Ciò che è costante è però l’atto di ri-ordinare o ordinare

seguendo uno schema

nutrito da una logica o sequenza del tutto personale

In genere le mie attese trovano compimento

Non sono “quasi mai” state dis-attese

Tranne una

Questo perché credo nella creazione che diventa azione

nell’immaginare che si trasforma in reale

Ma questa volta

quest’unica volta

il reale non ha trovato realizzazione

E quell’attesa

nutrita di un’immaginare metodico

di un agire ordinato

che creasse un flusso materializzatore di sogni umani e replicanti un noi

si è sfilacciata

Ustionante ed urticante

come tentacoli di medusa

Adesso “in attesa” ho cambiato la prospettiva

L’ordine da lineare è divenuto obliquo

Lo sguardo da dritto a storto

Perché in amore è necessaria l’improvvisazione

Affinché l’attesa sia inattesa





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26 aprile 2014

HIC SUNT LEONES CUM LEAENAM (leonessa)

HIC SUNT LEONES CUM LEAENAM (leonessa)




I giorni migliori/ a volte sono il primo, a volte quello in mezzo/e certe volte persino l’ultimo
                                                                                                 
                                                                                              Charles Bukowski

 

Nella folla si distacca un volto, che osserva i corpi macerati dall’acqua con attenzione predatoria.
Tra l’umanità estatica, si impone un gesto, reiterato con una forza liquida che scorre vischiosa,  picchiettando visibile una linearità invidiabile.

Urla di gioia retrattile e di rabbia luminescente.
Non parlerò di quell’ultima partita, tumulata velocemente tra l’esaltazione ferina  e l’amarezza necrotica.
Perché la consapevolezza di un infinito di possibilità immanenti che avrebbero impostato il destino sportivo di questa squadra in direzione di un’eccellenza eroica meritata, tra tiri proiettile e flutti laminati, è un qualcosa scolpito negli animi con tenacia lignea e lapidaria.
Perché quel passaggio chiodato da un “paradiso” classe A1 ad un “ inferno” classe A2, ha ben poco della maestosità dantesca e scarnifica meticolosamente l’orgoglio, che lascia esposte le ferite al sale delle lacrime e brucia la carne senza requie, fino a che il dolore lascia il posto al nulla.

Perché un secondo dopo quell’ultima di campionato, si stavano già ricomponendo le scaglie ossee i grumi muscolari le epidermidi striate, destrutturando le strategie slabbrate per cucire chirurgicamente sogni chimera.
Parlerò di quel volto.
Di quel gesto.
Di quel sostegno che, arroccato nella convinzione che in quei minuti ci si stia giocando una frazione timbrica di vita, non cede alla sconfitta e si compiace della vittoria, rendendo consanguinei dei perfetti sconosciuti.
Quel volto quel gesto quel sostegno appartengono ad una donna.
Non so se vi sia alcuna connessione familiare tra coloro che si dibattono nella lotta quali tritoni ciclopici e quella donna, che sottolinea con veemenza da amazzone i momenti concitati delle azioni, che si consumano nell’umido vischioso dell’arena.
Il corpo, ora immobile nel sezionare con sguardo stiletto l’accavallarsi delle bracciate ondivaghe, si tende impietrito ma sonoro ogni qualvolta quei maremoti istantanei si concludono in una costruzione fruttuosa o in una distruzione avvilente.
Quella donna, dai lineamenti delicati e l’aspetto filiforme, si tramuta in una Dea foriera di devastazione accusatoria, di benevolenza matriarcale verso quei mastodontici danzatori marini, dei quali si sente sorgente il tempo di una partita e ai quali, ora con indulgenza affettuosa ora con furore punitivo, non lesina rimproveri accorati e benedizioni vigorose.
Non so chi sia quella donna, ma se fossi uno dei giocatori della Promogest le tributerei gli onori che sono dovuti ad una Madre con la “M” maiuscola: è nel suo entusiasmo ruvido ed affettuoso che risiede il segreto della risalita.
Perché se l’allenatore sarà il Virgilio che vi porterà fuori dall’Inferno, lei sarà la Beatrice che vi spalancherà le porte del Paradiso.

 





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30 marzo 2014

LA DOLCE MORTE DI VIRGINIA G.


LA DOLCE MORTE DI VIRGINIA G.

 La morte / si sconta / vivendo.
                                               Giuseppe Ungaretti

 

Non c’è redenzione ne La dolce morte di Virginia G. ma solo una lunga battaglia di una luce decadente, che risuona nelle pieghe obnubilate di una umanità smarrita e corrotta da un desiderio insanabile di santità compiacente ed obsoleta. La gestualità testuale si insinua come una cancrena che sgretola un mondo di apparenze placebo; la prerogativa di soddisfare un’ansia di infinito metodico nella sua ricercatezza si rivela fallace per la natura effimera dell’umano. Le figure maschili (l’inquietante passività di Andrea Ibba Monni cui fa da contrappunto la sadica lucidità di Gà) si muovono accartocciate in discorsi egotici, nel morboso tentativo di difendere un’impalcatura di perversioni divenute abitudini, giustificate e giustificabili,, secondo una morale che ha perso i punti di riferimento secolari per crearne altri ad uso e consumo delle masse omologate. L’unico barlume di coscienza pura di assolutismo salvifico, di consapevolezza intonsa è quella di un femminile (una straordinaria Alessandra Leo) che rivela la fallacità di quei meccanismi obsoleti, rivestiti, a seconda della convenienza circostanziata, di una pelle rinnovata che contiene in sé il germe della sua dissoluzione. Un femminile imponente, ingombrante, corrosivo la cui anima esposta, minuta e ridotta all’immobilità di corpo ma non di intelletto (una tagliente Carlotta Sanna), si manifesta puntuale quale una ferita esposta che rigurgita un scurrile e maturo dissenso. E tutto quel verbo demoniaco che travolge, reiterando richieste e pretendendo risposte che scarnificano l’intimo consumabile, non replicabile e dunque mortale, si rivela come l’unica verità possibile in un mondo tempestato di menzogne prismatiche e abbaglianti. Quale dunque la dolce morte della misteriosa Virgina G., che permea con la sua assenza presente l’intera costruzione scenica, la cui linearità e pulizia formale esalta la sensibilità caotica ed intelligente di una drammaturgia pulsante ed originale? Forse è quell’eutanasia mentale invocata ma mai concessa, quel momento di scelta terminale consapevole che solleverebbe ciascuno dalla responsabilità di accettare, suo malgrado, un vivere dove le coordinate umanistiche sono state sovvertite da una serialità automatica, che accondiscende ai vizi travestendoli da virtù e che riduce, in questo quotidiano asettico e patinato, il sentire individuale ad un groviglio di luoghi comuni autorizzati,  che uccidono i cuori reticenti per fare posto al nulla.

 

 LA DOLCE MORTE DI VIRGINIA G.

spettacolo teatrale dedicato a Pierfranco Zappareddu

scritto, diretto e interpretato da Ga & Andrea Ibba Monni

con la partecipazione di Alessandra Leo, Noemi Medas, Sara Perra, Roberta Plaisant,

Carlotta Sanna e con Pierpaolo Congiu e PFZ.





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25 marzo 2014

PROMOGEST(A)

PROMOGEST(A)


Alessandro Sassanelli -numero 8- difensore

La morte per le anime è divenire acqua, la morte per l'acqua divenire terra, e dalla terra si genera l'acqua, e dall'acqua l'anima.

    Eraclito

 

L’odore del cloro ha abitato le narici per tutta la sera.

Mi bastava ispirare assecondando il ritmo vitale, per sentirlo pungente ed inevitabile come fossi ancora lì.
Il caldo tropicale ha rivestito le braccia scoperte per alcune ore, fino a riequilibrare la temperatura corporea ed ammantarla della normalità consueta.
Ma ciò che è rimasto inalterato è stata quella sensazione di agonismo che sfida la plasticità dell’acqua, quella corporeità che contro ogni legge fisica si erge per imprimere forza ad una sfera di aria e gomma, rendendola proiettile imprendibile.
Manca poco alla fine della stagione e la mia ritrosia ai luoghi abitati da moltitudini urlanti mi ha impedito in questo lungo anno di essere partecipe alle gioie e ai dolori dell’unica squadra di pallanuoto maschile sarda militante in A1.
E’ penultima in classifica la Promogest.
A giudicare da quanto visto domenica scorsa, immeritatamente.
Perché i suoi componenti hanno fatto loro l’assunto che l’essere pochi ma buoni (secondo quanto detto dall’allenatore Marcello Pettinau -in http://www.sardegnasport.com/?p=22370 - è la mancanza di ricambio continuo, necessario a restituire ai giocatori un minimo di sollievo ai muscoli, che paradossalmente s’infiammano in quella lotta che coinvolge carne e acqua, ad aver penalizzato la squadra) sia una forza imprescindibile in una debolezza contingente, che li vorrebbe neutralizzati mentre li spinge al limite.
Così come "pochi" ma buoni erano i sostenitori sulle gradinate.
Ora in blocco compatto ora sparpagliati, fedelissimi e neofiti, lo tsunami emotivo ha investito quelle acque mulinanti di arti composti e schemi preordinati per un unico obiettivo: la vittoria.
E quella ragnatela di numeri astratti, che definivano posizioni e strategie provate e riprovate nell’assenza di un avversario la cui materializzazione è sempre un’incognita (per quanto reiterata possa essere l’abitudine a certi comportamenti, il fattore umano con la sua imprevedibilità e capacità di adattamento è sempre in agguato) la potevi scorgere, intessuta con precisione certosina, sulla superficie di quell’acqua pungente, nemica e compagna.
Si poteva scorgere nella fatica immane di quei giocatori, un coacervo di speranze congestionate, conquiste esaltanti, delusioni atone che, in una temporalità frazionata in quattro tempi da otto minuti, diventano un universo condiviso con sconosciuti che amano e pretendono, sostengono e atterrano, con amore incondizionato e rabbia effimera.
E mentre il pensiero di chi osserva quello scontro, che non prevede spargimento di sangue alcuno ma solo rivoli impazziti di cloro e sale, è manifesto, quello di chi si trova immerso in quella liquidità a tratti soffocante rimane un fatto intimo, inespresso, segreto.
Avrei voluto leggere nelle menti di quei giocatori che domenica scorsa possedevano, in quelle mani taglienti come spade, la vittoria.
Avrei voluto conoscere l’esaltazione dello stare davanti e la pena dell’uscire sconfitti.
Perché la vittoria è quella definita da un punteggio che è stato, in questa circostanza, fallace e bugiardo, ma in una competizione è l’unica verità concessa ed ammissibile.
Le prossime partite della Promogest saranno fuori casa ma quella del 12 aprile la giocheranno a Quartu alle ore 15.00 nell’impianto in via san Benedetto.
Invito chi sta leggendo a parteciparvi.
E’ l’ultima di campionato e credo che un finale da leoni sia necessario.
Perché gli ampi spazi sono concessi solo a chi si rende disponibile a grandi aperture, siano esse materiali o mentali.
Perché ciò che non è catodico non deve essere necessariamente minore.
Perché non c’è niente di più primigenio di un corpo adulto che ritorna nell’acqua dalla quale è nato, ora assecondandone le volute imprevedibili, ora piegandola al suo volere.
Aprite dunque la vostra visione, contemplando che una palla si possa muovere con armonia, grazia, incisività e spettacolarità non solo sulla terra ferma ma anche sull’acqua mobile.
E che il 12 aprile ci saranno degli atleti dal cuore adamantino e dal pensiero segreto  pronti a dimostrarvelo.




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5 gennaio 2014

FABIO MARCEDDU ED ANTONELLO MURGIA - Per una cultura Genetica





4 gennaio 2013 ore 18.30 domenica

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate?

Generare un’unicità in un magma di già detto già visto già sentito non è solo una questione di talento ma è una miscellanea equilibrata di incoscienza e coraggio. Perché l’incoscienza produce una spinta istintiva verso un altro ignoto che solo il coraggio, quello radicato nell’intimo che turbolento incita all’impossibile, può affrontare senza perdere/perdersi. Lo S-Concerto di Fabio Marceddu ed Antonello Murgia è, nella sua coraggiosa ed incosciente interezza, la “terza” tappa di un trittico ideale (Bestie Feroci ed Il formicaio) che conforta e conferma (se ancora ce ne fosse bisogno, ricordando che a volte la conferma di qualcosa quasi sembrerebbe sancirne un definitivo ed ultimo approdo che, nel caso dei “nostri”, è invece tassello evolutivo indispensabile ma non certamente risolutivo di un percorso che ambisce a vette olimpiche); che c’è ancora un locus amoenus dove rigogliosa e protetta cresce inarrestabile una singolarità che è voce riconoscibile ed originale, che attinge ad un passato glorioso rielaborandolo secondo una contemporaneità futuribile; una eccezionalità che nel senso del presente ha sempre un pasoliniano tratto di preveggenza. La struttura drammaturgica delle opere teatrali di Fabio ed Antonello ( mi sia permesso di appellarli con i nomi di battesimo, vista l’amicizia di lunga data con l’uno- 25 anni di velluto e catrame di ascesi e follia di lacerazioni ed ambrosia uniti ed opposti vicini e lontani- e l’affinità elettiva con l’altro-con il quale, data una singolare consonanza animica, il silenzio è assordante frastuono) punteggiata da una musicalità che è essa stessa scrittura consapevole, si incastona con una perfezione rara in questo muro d’ovvietà e ripetitività che è il panorama culturale (perché di cultura si tratta) dell’oggi. C’è un incanto letterario (proprio di una autorialità ormai defunta insieme ai grandi e così spesso nostalgicamente vagheggiata dai puristi, ormai tacciati di vetustà ante aetatem) che coinvolge e travolge, ammantando la riflessione profonda di ironia screziata di sarcasmo, il quale non è dettato da animosità nei confronti di un divenire pericolante ma da una sensibilità venata di malinconia propositiva. La leggerezza coscienziosa dei due cant-aut-tori è indubbiamente una spinta prepotentemente delicata ad un rinnovamento, non solo del modo di “agire” il teatro ma di fruirlo, rifiutando l’artificialità transGenica che dissolve acriticamente per riappropriarsi di una Genesi che si perpetua, ricreando i due continuamente se stessi, senza tradirsi per non tradire. Non vi è dubbio che Fabio Marceddu ed Antonello Murgia (o Teatro dallarmadio che dir si voglia) costituiscano un raro esempio di come il teatro possa, nonostante tutto e tutti, esercitare un potere ammaliante, che non prescinda in modo alcuno da essere spazio di evoluzione di un umano che ha ancora dentro di sé la convinzione che un mondo altro si possa ancora costruire, ricomponendo con cura le macerie lusingandole con il sorriso di chi sa che “fatti non foste a viver come bruti/ma per seguire virtute e conoscenza”.







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24 settembre 2013

ITALIENISCHE REISE-ROMA



CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE-ROMA

13 settembre 2013

CLR e KESBILE’

presentano

DER PUFF-frammenti cantati di corpi internati

di Francesca Falchicon Francesca Falchi e Marta Proietti Orzella
direzione musicale Ennio Atzeni

Non c’è una modalità unica per raccontare cosa sia l’accogliente calore ed il conseguente abbandono nell’affettività di braccia muliebri che ti attendono sostengono contengono. La femminilità che ti definisce quale altra parte del mondo in un reticolo luminoso ed infinito di emotività compatta che è conoscenza/riconoscenza di sé/verso l’altro. e poi c’è il luogo nel cuore di una femmina eterna che resiste impassibile alla deflagrazione dei secoli con il loro attingere da violenza e meraviglia da distruzione e ricostruzione. Roma pulsante ha mille cuori che pompano il suo sangue fatto di polvere e anime erranti ed uno di questi è rifugio claustrale (una clausura che è fervore creativo e stimolante di evoluzioni idee progressioni che è un rielaborare analizzare scarnificare vittorie sconfitte conquiste) di femminile consistenza di donnesca apparenza. La casa Internazionale delle Donne e le amiche dall’anima impegnata e tumultuosa di affetti preziosi e potenti di scelte coraggiose e condivise di ideali granitici ed evolutivi sono quelle del CLR (Coordinamento Lesbiche Romane). E dico Rosina Nancy Lucilla Francesca Teresa Sara Coralla Marzia Luana e le altre i cui sorrisi complici lampi dissetanti  in quelle due giornate calde e afose sotto un cielo cangiante di nuvole di panna e tenebra di vento lezioso e nemico  hanno scandito  la messa in scena di DER PUFF. Nomi che a malapena definiscono una coralità che perpetua un impegno umano determinato e mai chiassoso perché la ricerca di un equilibrio che sia conquista fondamentale di un diritto inalienabile al proprio dire al proprio agire non può che partire da qui. Dalla commozione dalla comprensione dalla sorellanza della quale si ha davvero bisogno per poter riflettere su deviazioni e devianze troppo spesso a misura d’un maschile il più delle volte inadeguato ma dilagante con una prepotenza acquisita dall’intoccabilità di una casta che si sta disfacendo sotto il maglio dell’ avidità e di un possesso di genere che è degenere. E la notte del 13 settembre in quel gineceo attento ed esperto  il cui silenzio pesava sull’aria morbida e tiepida di un’estate fuggevole con la forza marmorea di chi sa che l’ingiustizia non è una questione di punti di vista ma una contraddizione che è necessario risolvere mi sono sentita parte di un tutto che crede che l’impossibile sia realizzabile attraverso l’ascolto di parole trascorse ma non defunte perché nella memoria degli accadimenti per quanto tragici e sterminatori possano essere c’è la chiave di volta per un futuro che sia edificante e rigenerante.


 



11 maggio 2013

THEATRON 2013-Quando il successo è una formula matematica

Non sono un amante dei numeri.

Non li capisco.

Le parole sì i numeri no.

Qualcuno potrebbe obiettare che i numeri siano fantastici schegge preziose che si combinano in maniera logica nitida lineare che non lascia spazio al caos in un susseguirsi metodico confortante inalterabile che ti avvolge con il suo fluire compatto misterioso e soprattutto infinito.

Non amando le dicotomie aggressive azzardo che in effetti a pensarci bene le parole sono numeri perché le sensazioni di cui sopra sono quelle che provo quando scrivo.

Dunque confutando il mio assunto iniziale posso affermare che tra numeri e parole non vi sia poi questa grande differenza e che lo scrivere sia in fin dei conti un’equazione matematica (e vi assicuro che per me che a distanza di trent’anni sogno ancora la professoressa di matematica del liceo che mi guarda tagliente mentre tentenno davanti ad una disequazione-che per altro non ho mai capito nonostante gli sforzi esplicativi della Cocco e che la stessa sconfitta dalla mia ottusità decise che non sarebbero state nel mio caso oggetto di interrogazione- è un paragone che ha dell’incredibile) le parole sono numeri gli scrittori matematici. 

Ecco allora come è possibile spiegare il successo di Teathron rassegna organizzata dalla giovane compagnia Mab Teatro di Sassari.

Il direttore artistico Daniele Monachella attore talentuoso e determinato coadiuvato dall’apporto organizzativo della sorella Laura (altrettanto talentuosa e determinata) ha voluto omaggiare la sua città d’origine con una serie di spettacoli nei quali (com’è logico!) le parole dette agite formalizzate scenograficamente e musicalmente si sono composte  in modo consequenziale e assolutamente armonico come si conviene ad una pura inalterabile formula matematica.

Siccome siamo un popolo polemico con il gusto del dialogo sincopato (che vuol dire che parliamo uno sopra l’altro pretendendo di avere ragione) qualcuno potrebbe obiettare (mi sembra di vederlo “l’obiettore” medio gli occhi spalancati per lo stupore per aver colto il suo interlocutore in fallo –ma quanto è stupido è proprio stupido me l’ha servita su un piatto d’argento… Ah! Ma adesso lo sistemo io!- che prende la rincorsa pronto a sminuzzare il poverino con la sua logica inappellabile -perché lui sì che è intelligente-) che il mio “parlare bene” della rassegna sia dovuto al fatto che io stessa l’abbia inaugurata con un mio spettacolo.

Caro polemico detentore del mantello della ragione (che ormai trovi nei negozi “tutto a 1 euro” per 0,99 centesimi tanto che sembriamo un popolo di Moschettieri Zorro Superman Batman[1] (!) e quant’altro) so che adesso la tua pressione schizzerà alle stelle e collasserai di fronte al tuo pc con un sorriso trionfante sulle labbra e mentre ti trasporteranno d’urgenza in ospedale per abbassare i tuoi valori sussurrerai compiaciuto prima di svenire “looo …ssssa…pe…vooooo…”: TU HAI RAGIONE.

Ma voglio spiegarti il perché.

Altrimenti passerai il resto della tua vita a vantarti di aver avuto ragione sulla Falchi e alla fine se quel giorno non ti ha ucciso la pressione degna di una passeggiata su Marte ti ucciderà qualcuno a te vicino (una moglie una fidanzata un’amica) sfinita dal tuo ricordare quello che apparirà agli occhi degli altri il giorno più importante della tua vita.

Hai ragione perché per la prima volta sono stata trattata come deve essere trattata una professionista.

Perché per la prima volta sono stata trattata come deve essere trattato uno spettatore che ha pagato un biglietto e ha DIRITTO ad uno spettacolo di qualità

Perché per la prima volta ho assistito ad una rassegna dove è L’ARTE  a determinare le scelte non il DENARO.

Perché  la capacità di creare sinergie umane[2] prima che professionali ha creato un unicum che auspico ripetibile ma soprattutto replicabile.

Ecco perché mio polemico assertore della ragione assoluta io parlo bene di Theatron.

Perché come i numeri e le parole le persone le loro azioni riflessioni sentimenti si intersecano e combinano con una precisione che ne determina la riuscita prescindendo dalla casualità.

Dunque rimandando al titolo di questa mia nota il successo è una formula matematica.

E tu oggi forse per la prima e ultima volta nella tua vita hai assolutamente logicamente infinitamente ragione.

E io con te.



[1] Per le donne polemiche sottolineo che i riferimenti esclusivamente  maschili sono indicativi di un tentativo di difendere la categoria dalla locuzione “ eh ! ma le donne sono peggio di noi”

[2] Hanno reso possibile la rassegna in tutti i suoi aspetti tecnici ed artistici Tony Grandi Franco Saba Rossella Muglia Antonello Foddis Arianna Alessi Paolo Trebini Carmelo Sisto Lorella Comi Antonio Planetta e il suo Staff con l'insonne Sandrino (Ristorante La volpe e l’uva) lo Staff dell'Hotel Vittorio Emanuele Valentina Carboni ei suoi fiori


26 marzo 2013

CF DIARIES-L'incontro

24 marzo 2013 ore 22.30 domenica


Sciaffolare? Ma esiste?


E’ la pioggia a dare il ritmo a questo resoconto che di vero ha uno strato dell’anima. Il tempo sfilaccerà usurandolo impietosamente il canovaccio reale di ciò è accaduto e lo renderà realistico romanzando gli avvenimenti fino a cingerli di uno strato mitico che si insinuerà in maniera preponderante nei racconti che si susseguiranno siano questi di ilare vittoria o malinconica e consapevole resa. L’incontro è stato casuale in una pioggia domenicale che fluisce madidamente trasparente come quelle 10 ore sfiorate impastate gustate e assorbite che quattro individui hanno trascorso respirandosi. Senza passato (solo intuitivamente intravisto)e in cerca di un futuro (mediaticamente condiviso). Alice Francesca Matteo e Riccardo hanno deciso in questo 24 marzo del 2013 che le loro esistenze potevano/dovevano sovrapporsi che un quattro poteva/doveva diventare uno per un istante che si sarebbe replicato all’infinito nel ricordo. Non c’è stato nessuno calcolo preesistente nell’affrontare un conoscersi (riconoscersi) che li ha (nella differenza di percorsi ignoti e frammentariamente donati per intersecarsi in volute di comprensione ilare e leggerezza profonda) sincopaticamente coesi. Alice di solare acciaio Francesca di ciarliero mercurio Matteo di taciturno oro Riccardo di sensibile bronzo. Armati di clownesca competenza hanno spezzato l’atmosfera di circospezione e reticenza che immotivatamente ridefiniva i convitati di un gioco in figure ammantate di diffidenza bile e altezzosa convinzione dissolvendo con sorrisi tenui le zolle umane di tossica ambizione. In loro il nutrimento compositivo è stato esposizione empatica di porzione di sé animata da purezza di intenti ed incoscienza d’infante è stato dono spontaneo di anima-universo che si insinua nel circostante senza frizione è stata magia primordiale scevra da sovrastrutture di convenienza restituiva è stato sostentamento affettivo scaturito da passaggi anteriori al tempo corrente. Nucleo germoglio filamento neonato quelle 10 ore di Alice Francesca Matteo Riccardo corpo animico che infatuato del suo essere reincarnato in forma riconoscente meditativo attende il suo divenire ascensionale.




permalink | inviato da auroratomica il 26/3/2013 alle 9:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 ottobre 2012

PEOPLE AT WORK-I INCONTRO

Cagliari 10 ottobre 2012

Per quelle due ore io mi prenderò cura di te e non dovrai pensare a niente

                                                                                                                            Francesca

Possedere senza limiti un tempo scandito che non ti appartiene ma diventa nelle tue mani ampolla una responsabilità che trascende qualunque conoscenza pregressa. Perché quel tempo ritorto è un frammento di vita ignota che puoi manipolare piegare ricomporre come un cappellaio monco dilatando quei secondi inanimati fino a farli diventare coscienza o negazione. E se la temporalità è fissata da un percettibile sarcofago di ingranaggi misteriosamente animati nel loro scorrere dentellato l’illimitatezza risiede nella multiforme definizione di traiettorie possibili. La consapevolezza del potere ridefinire una giornata umana secondo una benefica certezza che polverizzi il fragore livido e tumefatto di un confronto che scheggia spicchi di benessere incrinandoli fino a farli barcollare mi rende impavida. La responsabilità è coraggio. Voglio essere compensazione illustre di scavalcamenti iniqui conforto prismatico di mancanze vetrate benessere magmatico di deragliamenti egoisti. Non posso plasmare un essere dimentico dei fumi anemici che lo hanno incancrenito ma posso nell’istante definire orbite ellitiche che disegnino mondi ardimentosi da inanellare come amuleti primigeni contro un vivere famelico che sottrae laido senza compensare. Vi chiedo l’abbandono l’amnesia l’atarassia. Ed io vi darò presenza ricordo brivido.

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